Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni

di Alberto Colombani

Mark, studente ribelle ricercato a Los Angeles dalla polizia per aver ucciso un agente, riesce a fuggire su un aereo da turismo rubato. Nel deserto californiano incontra e ama una ragazza, Daria, che si sta recando a Phoenix per trascorrere un periodo di vacanza.

Nel paesaggio spettrale di Zabriskie Point (il punto di massima depressione geologica degli Stati Uniti) i due giovani trascorrono lunghe ore d’amore, ma…

Partito nel 1968 per fare un film sull’America e sulla contestazione nelle università americane, Antonioni si trova, come sempre, a girare un film sull’uomo e sul suo destino. Ma la prospettiva politica dura poco e assume progressivamente una virata nell’esistenziale, dimensione molto congeniale al regista ferrarese; da “Cronaca di un amore” alla trilogia dell’incomunicabilità, infatti, abbiamo sempre in primo piano esistenze problematiche, stagliate su uno sfondo opaco, e paesaggi urbani e/o naturali, geometricamente alienanti e spersonalizzanti.

Anche in questo film gli sfondi geometrici delle costruzioni edili, degli interni, non mancano, come non manca il ritratto del deserto rigoroso e geometrizzante di Zabriskie Point, in cui il protagonista ribelle si incontra, dopo aver rubato un aeroplano privato, con la figlia di un ricco imprenditore, Daria appunto.

Si incontrano e si riconoscono in un amore tanto profondo, immaginifico-orgiastico- mistico, quanto esile, come esile è la loro esistenza, capace di slancio ma impotente a sovvertire l’esistente.

Ecco quindi che progressivamente il film compie un’ulteriore svolta diventando sempre più opera visiva e straordinariamente sonora, che supera il concetto stesso di cinema per essere opera d’arte a tutti gli effetti.

Con una stupenda colonna sonora, a mio avviso è tra i migliori film di Michelangelo Antonioni, artista e regista visionario e affascinante come pochi.

 

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2 risposte

  1. Filippo D'Eliso ha detto:

    Una piccola osservazione, frutto di uno dei tanti illuminanti dialoghi con il critico letterario Francesco Improta, grande esperto di cinema, che sottolinea quanto segue:

    “Il film di Antonioni, uscito nel 1970, un anno dopo quel capolavoro assoluto che è Easy Rider, ne riprende motivi e tematiche ma in maniera alquanto scolastica da parte di chi è sempre stato il cantore della borghesia in crisi e non poteva incarnare, quindi, la rabbia contestataria degli studenti americani, la stessa esplosione finale degli elettrodomestici è decisamente di grana grossa, quasi gli stessi fossero i totem della civiltà consumistica.”

    26 Agosto 2021
    Filippo D’Eliso

  2. Armando Pepe ha detto:

    ottimo

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