Yukio Mishima al Cinema

di Claudio Vercelli

Paul Schrader ha costruito un monumento al “sentirsi” fascisti: il suo film, su Yukio Mishima, rimane una delle poche pellicole che cerchino di indagare, senza superficialità né gratuità, sugli elementi di attrazione e identificazione con un percorso di estetizzazione che è parte integrante dell’identità fascista. Al netto della medesima parabola del personaggio, nella sua oggettività, raffigurato attraverso le sue opere e la sua stessa esistenza. Il film è rigoroso, a tratti quasi iniziatico, comunque rispettoso di ciò che rappresenta, adeguandosi ai codici espressivi del biografato. Senza per questo identificarvisi. Ovvero, mantendendo sempre e comunque la distanza critica. La monofilia (tradottasi in erotizzazione omofobica: è questo uno dei nuclei della pulsione di morte, a ben vedere); l’orrore per il trascorrere degli anni (un’imperitura “giovinezza” che non può concludersi altrimenti che con l’autodafè, prima che il tempo prenda il sopravvento); il timore dell’impotenza e la sua sublimazione con il “martirio” pubblico; la passione per la letteratura coniugata al ribrezzo anti-intellettualistico; la commistione tra irrisolto aristocraticismo (in un’età livellante, dove domina la middle class) del pari all’attrazione per le “classi subalterne”, intese essenzialmente come riserva di carne (per soddisfare i propri desideri, non di meno che del proprio delirio di onnipotenza), così come molto altro, ci stanno completamente nei quattro quadri di Schrader.

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