Votare sì al Referendum sulla giustizia
di Raffaele Romanelli
Domenica prossima andrò a votare. Le mie molte incertezze sono poi sfociate in un voto per il sì. Sulle questioni – separazione delle carriere, riforma del CSM, Alta corte disciplinare, estrazione a sorte – avevo già qualche nozione, ma in questi mesi ho cercato di informarmi meglio. Ho letto un po’ di tutto; ho letto grida e improperi, ma anche gli argomenti pacati e convincenti, e con buoni argomenti orientati in direzione opposta, alcuni per il sì, altri per il no, come ad esempio quelli di Gustavo Zagrebelsky, di Augusto Barbera, o di Enzo Cheli.
Non è facile precipitare in un drastico sì o no le diverse opinioni su questioni complesse. Si misura l’incompatibilità tra le forme di produzione legislativa proprie di una democrazia parlamentare – elaborazione di testi, esami di commissioni, audizioni, relazioni, dibattiti, doppie letture, emendamenti – e la voce plebiscitaria di un referendum popolare, drastica espressione di una approvazione o di una repulsa. Per superare questa intima incompatibilità e arricchire la democrazia di un vasto voto popolare, è compito della classe politica che la riforma ha approvato di tradurlo in dati e argomenti essenziali, comprensibili a tutti.
Nemmeno questo è facile, ma la classe politica ha clamorosamente mancato al suo compito, prima non dando al dibattito parlamentare e all’elaborazione del testo lo spazio suo proprio e non parlando delle future norme attuative, poi scivolando nella rissa invereconda che è sotto gli occhi di tutti, da tutti deprecata, da tutti praticata, nella quale ciascuno attribuisce all’altra parte la responsabilità prima dell’imbarbarimento. Non è da stupirsi, visti i precedenti. Solo nel nostro secolo, già due complessive riforme costituzionali che pure contenevano alcune innovazioni utili e sensate, sono state travolte dallo scontro delle fazioni. È l’apologia della paralisi. In questo caso mi ha semmai stupito il fatto che l’associazione nazionale dei magistrati abbia platealmente tradito la terzietà della categoria, muovendosi come il più populista dei partiti. Una scelta che comunque lascerà macerie.
Costretto a disertare l’analisi dei contenuti, ho dovuto dunque seguire quella del “contesto”, che è l’argomento principale degli oppositori. I quali non dicono che la progettata separazione delle carriere è “di destra” (sarebbe difficile dirlo, giacché fa parte del patrimonio delle sinistre da decenni); e nemmeno dicono che l’attuale sistema non va toccato perché funziona bene. Dicono semmai che nasconde un pericolo, che in futuro potrebbe alimentare ogni forma di autoritarismo. Il futuro, l’ombra del tiranno, il fascismo alle porte, da settant’anni. A me sembra che la riforma vada nella direzione giusta. Se poi avesse degli esiti indesiderati, li affronteremo. La nostra democrazia, la nostra costituzione, non è così fragile come pensano i militanti del no.