Vorrei fare lezione

di Andrea Salvo Rossi

Leggo, come tutt* nella mia bolla, i preoccupanti dati circa l’esodo massiccio di migliaia di studenti dall’università pubblica a vantaggio dell’università privata e soprattutto delle telematiche. E leggo che le telematiche sarebbero – come sono – dei laureifici in cui si acquistano i titoli di studio necessario a partecipare ai concorsi pubblici e che non sarebbero una reale alternativa all’università pubblica dal punto di vista della formazione.

Ecco quindi un rapido insight sull’università pubblica.

Io insegno Letteratura Italiana alla triennale del corso di laurea in Archeologia e Storia dell’arte dell’Università Federico II di Napoli. Si tratta di uno dei pochi esami obbligatori del corso di laurea, nonché di un esame necessario a partecipare ai concorsi a cattedra di praticamente ogni classe di concorso storico-letteraria: in un dipartimento, quello di Studi Umanistici, in cui l’impiego nella scuola pubblica resta la principale vocazione degli iscritti e la più concreta alternativa nella ricerca di un reddito fisso e (vagamente) dignitoso post-laurea. Gli immatricolati sono circa 200. Dato il blocco dei reclutamenti imposto dalla Riforma Gelmini, non esistono suddivisioni di cattedra: cioè tutti e 200 studenti dei tre curricula in cui si suddivide la triennale (archeologico, storico-artistico, economico-gestionale) seguono con me. Meglio su questo “seguono con me”: finora io sono stato un ricercatore precario dell’università, per cui ho potuto insegnare solo come docente a contratto, non titolare dell’insegnamento, nonché pagato 1500 euro l’anno (avete letto bene) per il semestre di corso e l’anno e mezzo di esami e sedute di laurea successivi.

Essendo il mio un insegnamento del primo semestre del primo anno, gli studenti seguono davvero: impareranno da qui alla prima sessione di esami che possono anche smettere di seguire. Fare lezione a circa 120 persone in presenza (e mai meno di 90, nemmeno durante i giorni di sciopero dei mezzi et similia) significa ovviamente non fare lezione, ma fare delle piccole conferenze che un po’ gratificano il mio ego di fronte all’accampata di giovanissimi che prendono appunti, ma che sicuramente non serve a loro. Con questi numeri, non posso infatti immaginare nemmeno minime esercitazioni, né provare ad interpellare tutti i frequentanti anche solo per chiedere loro se hanno capito o no i passaggi più difficili della lezione.

Ancora. Sono talmente tanti studenti che non c’entrano dentro le normali aule universitarie – per una carenza sempre più insopportabile di spazi dell’ateneo -, sicché facciamo lezione in un cinema. Ciò vuol dire che io sono su un palco alto tre metri, che non posso usare il proiettore (dovrei usare il maxischermo del cinema, mettendo la sala nel buio completo: il che impedisce agli studenti di prendere appunti e a me di leggere i miei), che non ci sono banchi per poggiare il quaderno e la penna, che per fare una domanda bisogna alzarsi in piedi in una sala cinematografica e parlare ad un microfono. Non potendo proiettare alcunché e le eventuali fotocopie per la lezione del giorno essendo a mio carico, devo sostanzialmente declamare poesia lirica due-trecentesca a voce alta, confidando che gli studenti abbiano già acquistato i testi di riferimento: perché altrimenti dopo due versi semplicemente capirci qualcosa è impossibile (e non perché i giovani d’oggi non hanno una buona soglia dell’attenzione: provate voi ad ascoltare senza testo davanti per un’ora, poniamo, la lezione dottrinale di Virgilio che nell’XI canto spiega a Dante la struttura dell’Inferno).

I detti 200 studenti faranno tutti l’esame con me, come è giusto: e capirete che ciò significa poter dedicare ad ogni esame un tempo risicatissimo, appena sufficiente a farsi un’idea della preparazione degli allievi, con tutto ciò che comporta questo in termini di ansia da prestazione al colloquio (perché tutto si decide in poche domande, tra decine e decine di colleghi che pigiano in corridoio per provare ad ascoltare qualcosa).

Si aggiunga a questo quadro che la Federico II (il più grande ateneo del Sud Italia) non ha né studentati né mense, per cui gli studenti delle altre province della Campania che non possono permettersi una stanza in uno dei centri storici soggetti alla più feroce turistificazione del paese devono rinunciare a parte dei corsi (che a causa della detta carenza di aule finiscono alle 19.30) per prendere l’ultimo mezzo di trasporto utile a tornare a casa: e qui si aprirebbe una digressione-voragine sui diritti “prossimi” a quelli allo studio sistematicamente negati nella nostra Regione, a partire proprio dal diritto alla mobilità.

A fronte di questa offerta straordinaria, a parte il piacere – non piccolo, sia chiaro – di sentire Andrea Salvo Rossi che parla di Rinascimento, che cosa esattamente dovrebbe spingere le persone a scegliere l’università pubblica e, avendola scelta, addirittura a scegliere di frequentarla?

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