Vladimir Sudakov

di Storie Scientifiche 

Il 7 gennaio del 1962 Vladimir Sudakov (giovane fisico sovietico) era alla guida di una Volga, una delle auto più bramate dai cittadini dell’Unione Sovietica; nel sedile posteriore sedevano la sua giovane moglie Vera e l’amico, collega e maestro Lev Davidovič Landau.
Landau non sapeva né guidare né possedeva un’automobile e lo infastidiva viaggiare da solo, quindi chiese a Sudakov di accompagnarlo a Dubna, la famosa “città atomica” situata a 120 km a nord di Mosca. Verso le dieci e trenta la comitiva arrivò all’imbocco della principale arteria autostradale che conduceva a Dubna. Il manto stradale era completamente gelato e Vladimir perse il controllo della Volga facendola slittare e roteare nell’altra corsia, dove stava sopraggiungendo un autocarro. L’impatto fu inevitabile: l’autocarro prese in pieno la parte posteriore dell’automobile, ma non sembrò niente di disastroso tanto che Vera si sentì subito sollevata nel constatare che fosse rimasta illesa. Ma la gioia cessò immediatamente quando videro il corpo di Landau sanguinante, privo di sensi e col volto irriconoscibile. Le altre tre persone coinvolte rimasero completamente illese.
Lev fu trasportato immediatamente all’Ospedale numero 50 del distretto di Timirjazevskij. Il primo referto medico lasciava pochissime speranze: oltre a uno stato di totale incoscienza (con possibili gravi danni cerebrali) c’erano numerose fratture alla base del cranio, alle ossa del bacino (con annessi problemi agli organi della cavità addominale), al femore della gamba destra e la rottura di svariate costole, alcune delle quali avevano perforato i polmoni. Un medico disse “I traumi sono tali da non permettere alla vita di continuare”. Era iniziata una estrema lotta per tenere in vita il genio sovietico.
A poche ore dall’incidente oltre ottantasette (87) fisici tra colleghi, amici, allievi, giovanissimi allievi dei suoi allievi, membri dell’Accademia delle Scienze parteciparono a quest’opera di salvataggio allestendo il loro quartier generale nello studio del direttore dell’Ospedale. Pur non essendo competenti in medicina tutti questi scienziati svolsero su base volontaria mansioni di fattorino, autista, segretario etc. Tutti cercavano di apportare, in qualunque modo, il loro contributo. Come quando ci fu una (delle innumerevoli) crisi che potevano uccidere Landau: l’innalzamento della pressione del fluido cerebro-spinale. Per poterla controllare e impedire la distruzione di intere porzioni di cervello, servivano delle sostanze non immediatamente reperibili. Petr Kapica (direttore dell’Istituto di Problemi fisici di Mosca) telegrafò dunque a Londra per far arrivare, nel minor tempo possibile, il farmaco a Mosca. In un’altra occasione le infezioni causate dalle molteplici ferite, stavano dilaniando il corpo di Landau e gli antibiotici somministrati sembravano inefficaci; Kapica allora telegrafò nuovamente a Londra per far arrivare farmaci speciali e irreperibili in Unione Sovietica.
Col passare del tempo il quadro clinico stava lentamente peggiorando: susseguirono blocchi renali che causarono intossicazione dovuta all’incapacità dell’organismo di eliminare le tossine provocate dall’assunzione di farmaci, continui problemi respiratori che resero necessario l’uso di un polmone artificiale e la febbre che arrivò fino a 42 gradi.
Un’assidua assistenza medica strappò alla morte più e più volte Landau, tanto che un neurochirurgo cecoslovacco, arrivato a Mosca su richiesta dei medici, disse “Non riesco a comprendere come sia sopravvissuto così a lungo, è impossibile. Eppure..”. La condizione generale del paziente arrivò a migliorare sensibilmente ma i medici non riuscivano a capire il motivo dello stato di incoscienza. Nessuno però voleva assumersi il rischio di operare senza sapere cosa fare esattamente, uno dei più importanti scienziati dell’Unione Sovietica, perché c’era il rischio di danneggiargli il cervello.
Alla fine, con la libera approvazione delle massime autorità sovietiche, furono convocati a Mosca alcuni dei migliori neurologi e neurochirurghi del mondo per cercare di far risvegliare Landau.
Il 27 febbraio accadde un fatto insolito. Nel mese precedente Lev non diede risposta a nessuno stimolo esterno ma quella mattina venne al suo capezzale la moglie Kora (dimessa da un’altra clinica dopo un arresto cardiaco dovuto forse al troppo stress). Gli occhi di Landau, inizialmente asimmetrici, ritornarono in posizione normale. Sembrava che comprendesse ogni parola della moglie, sinonimo di primi piccoli segnali di ripresa.
I primi giorni di marzo fu trasferito dall’Ospedale numero 50 al più centrale Istituto neurochirurgico Burdenko. La ripresa di Landau era continua e progressiva ma terribilmente lenta, tanto da far pensare che fosse impossibile una completa guarigione. A tre mesi dal suo incidente non aveva pronunciato ancora una parola, ma l’8 aprile 1962 disse, con fievole voce a un’infermiera che gli aveva passato un bicchiere d’acqua, “Spasibo” (Grazie). Da lì in poi riprese a parlare con maggiore facilità, non solo la lingua madre ma anche l’inglese, il tedesco e il francese, tornarono anche i riflessi, la respirazione autonoma e la memoria. Ma la sua mente era ancora offuscata: spesso confondeva gli oggetti; un’infermiera prese un anello che portava al dito e gli domandò “Che cos’è questo?” e Landau rispose “Un orologio”.
Nello stesso mese di aprile, Landau e Lifšic furono insigniti del premio Lenin (la più alta onorificenza civile in URSS) per il Corso di Fisica Teorica; era la prima volta che tale onorificenza veniva attribuita per la pedagogia della fisica.
I progressi di Landau vennero testati dagli psicoterapeuti; il neuropsicologo Lurija fece disegnare figure geometriche nella convinzione che lo avrebbe aiutato a controllare i suoi movimenti. Così venne chiesto a Landau di disegnare un cerchio e lui disegnò un triangolo e disegnò uno zero dopo che gli era stato chiesto di tracciare una croce. “Quell’uomo è ridicolo!- disse Lev alla moglie- mi chiede di fare cose stupide, io invece ho fatto tutto il contrario così mi sbarazzo di lui”.
Landau si trovava più a suo agio a parlare con gli allievi e i colleghi che andavano a visitarlo, rispondendo brillantemente ai quesiti di fisica che gli venivano posti. Ben presto però diventò sempre più riluttante a parlare di lavoro perché, secondo lui, i colleghi venivano per aiutarlo e per scoprire quanto riuscisse a ricordare o se fosse in grado di ragionare.
Il 1 novembre del 1962 arrivò un telegramma inviato dalla Svezia che recitava:
“Al Professor Lev Davidovič Landau, Mosca. La Reale Accademia svedese delle Scienze ha oggi deciso di assegnarle il premio Nobel per la Fisica per le sue pioneristiche teorie sulla materia condensata, in particolare sull’elio liquido”.
Dopo la notizia, dall’estero giunsero i complimenti dai più grandi fisici mondiali tra cui Bohr, Heisenberg e molti altri ancora. Le sue condizioni fisiche però erano assai complesse e, nonostante l’impegno nelle terapie, Landau non poté recarsi a Stoccolma per ricevere il Nobel. A quel punto, infrangendo i rigidi rituali, la Fondazione Nobel stabilì che in via del tutto eccezionale il premio per la Fisica del 1962 fosse consegnato a Landau non a Stoccolma ma a Mosca, nella sala conferenze dell’ospedale dell’Accademia sovietica delle Scienze dove era ricoverato. Il 10 dicembre, il giorno dell’assegnazione del premio, Landau fu accompagnato davanti all’uscio della sala conferenza (dove lo aspettava l’ambasciatore svedese) in sedia a rotelle, ma volle entrare a ogni costo con le proprie gambe.
Dopo due anni di degenza, nel gennaio del 1964 Lev ritornò finalmente a casa. Dei dolori persistenti e lancinanti allo stomaco però gli impedivano di concentrarsi e di lavorare. Nel marzo del 1968 la situazione degenerò: un blocco intestinale richiese un’operazione di urgenza che fu condotta con successo. Quei dolori allo stomaco cessarono e Landau era fiducioso di poter ritornare finalmente allo studio della sua amatissima fisica ma, il 1 aprile 1968, un’improvvisa embolia polmonare gli stroncò la vita..

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