Vite intensamente vissute: Emma Mezzomonti e Delio Cantimori

Ritratto in primo piano di Emma Mezzomonti

Intervista di Armando Pepe a Massimo Mastrogregori, 

riguardo al libro “L’infiltrata. Vita e opere di Emma Mezzomonti”, (Il Mulino, 2022)

 https://www.mulino.it/isbn/9788815299468

Domanda 1: L’attività clandestina e l’impegno nel Soccorso rosso

Uno degli aspetti più attraenti di questa storia è la doppia vita di Emma, e poi anche del marito, l’illustre storico Cantimori: che cosa accadde, in che consisté tale doppiezza. Le notizie dirette non sono molte, ma il libro deriva da un lavoro sui contesti romano-napoletani, in cui l’attività di Emma prese forma. Contesti al plurale, perché da una parte c’è il gruppo dei giovani arrestati nel 1933, dall’altra c’è il rapporto con Ugo Spirito e la sua scuola, fascista di sinistra e corporativista. Rispetto a questi due “paesaggi”, orizzontali, c’è una dimensione verticale, esterna e più distante: dall’alto, diciamo così, arrivano le direttive del centro estero del partito comunista sul “lavoro legale”, cioè sull’infiltrazione nelle organizzazioni culturali del regime.

L’attività clandestina di Emma Mezzomonti, quindi, più che altro si deduce da una serie di elementi e di riferimenti, più indiretti che diretti. In questo quadro, che Emma avesse lavorato nella rete del Soccorso rosso è un dato abbastanza sicuro, attestato da un rapporto conservato negli archivi del partito comunista, e dal suo essere legata alla napoletana Ida Del Valle, a sua volta attiva, per sua testimonianza, in quella rete.

Parliamo però di persone, in entrambi i casi, sfuggite, per qualche motivo, in questa loro specifica attività, alle indagini della polizia. Ida Del Valle, per esempio, era schedata come antifascista legata a Croce a Napoli, non come comunista. Ed Emma non fu affatto schedata, a quanto si è riusciti a vedere. Quella del Soccorso rosso era un’organizzazione, diretta e finanziata dal Comintern, molto compartimentata e protetta, un vero problema per la polizia politica fascista che non riusciva a penetrarla e a smantellarla (ma c’era stato il caso, nel 1927, del delatore Guglielmo Jonna, che aveva “esposto” molti collegamenti); serviva ad assistere finanziariamente i detenuti, le loro famiglie, e anche come supporto alle missioni in Italia dei fiduciari del centro estero del partito.

Domanda 2: Delio ed Emma antifascisti a Roma

Questo è uno dei punti più interessanti, forse, della storia ricostruita nel libro. Chi erano e che facevano, concretamente, gli “antifascisti romani”? La polizia sorvegliava la situazione, ossessivamente. Per gran parte degli anni Trenta, non ci sono, apparentemente, antifascisti romani che siano sfuggiti alle schedature della polizia – schedature che riguardavano, comunque, relativamente poche persone, nell’insieme.

Si parla quindi di attività underground difficilissime da definire, e anche da capire. L’istituto di studi germanici di Villa Sciarra – dove Emma lavorava come responsabile della segreteria e come ricercatrice – è stato presentato, dopo la guerra, come un covo di antifascisti. C’era il liberale Carlo Antoni, per esempio, molto legato a Croce e sorvegliato. Ma è la stessa persona, Antoni, che, per via gerarchica, ancora nel luglio 1943, quindi assai tardi, scrive un rapporto per il capo del governo Mussolini, e che quindi collabora, volente o nolente, con il duce del fascismo.

Era una situazione che si presta a fraintendimenti, sicuramente non lineare, se ci teniamo a un concetto rigido, antagonistico, di antifascismo; cioè se estendiamo, automaticamente, l’antifascismo da guerra civile – quello delle due guerre civili a ridosso delle due guerre mondiali – al tempo di pace relativa tra le due guerre, un tempo in cui connessioni sono esistite tra fascismo e antifascismo, per molti motivi. Fascista era il governo nazionale, per il quale i giovani intellettuali quotidianamente lavoravano, e al quale avevano giurato fedeltà. Fascista era stata la rivoluzione, in cui alcuni di loro, come lo stesso Cantimori, avevano, magari fino a un certo punto, creduto.

La stessa cosa – cioè che i nostri intellettuali di Villa Sciarra si ritrovarono in situazioni ambigue, come Carlo Antoni – si può dire per Delio Cantimori, e per sua moglie Emma: anche loro, fino al luglio 1943 sono inseriti in carriere, a livelli diversi – lui all’università, lei nella scuola e negli istituti culturali – che sono interne al regime, agevolate da rapporti stretti con esponenti del regime, come Giovanni Gentile di cui Cantimori è uno dei collaboratori più stretti, a Roma e a Pisa.

Se guardiamo al ruolo che svolsero, agli incarichi che ebbero, la situazione che si presenta a prima vista, soprattutto per Delio, ma anche per la nostra Emma, è quella di persone legate al regime, non quella di antifascisti. È necessario perciò guardare meglio, andare più a fondo, per trovare il loro antifascismo, per capire che lavoro hanno svolto. Bisogna, in una certa misura, pensare a un gioco più sottile, per far convivere i dati evidenti, la situazione come si presenta – camicia nera e distintivo all’occhiello – con quello che sappiamo della loro attività clandestina, che non è molto, ma è qualcosa, e resiste di fronte alla critica.

C’è anche il problema, già richiamato sopra, del rapporto di queste due persone, Delio e Emma, con la rete dei giovani comunisti romani arrestati nella retata dell’aprile 1933 e poi condannati al confino, da cui usciranno dieci anni dopo per entrare nella Reisstenza. All’origine, è una rete romana e napoletana insieme, tessuta da Emilio Sereni e Giorgio Amendola, quasi subito entrambi arrestati. Due di quei giovani, Mario Brandani Mammuccari e Pietro Grifone, ricordano, a distanza di quarant’anni, la presenza di Delio e Emma nel loro gruppo fin dai primi anni Trenta. Una testimonianza da valutare attentamente, ma che alla fine, pesando i vari elementi, non è, al momento, da respingere.

È un problema che resta aperto, su cui si potrà lavorare ancora. Tra l’altro la storia di quei giovani intellettuali comunisti romani-napoletani, raccontata nel libro, è ancora in buona parte inedita, e meriterebbe da sola un altro libro. Si trattava, in parte, di ventenni di famiglie romane importanti, borghesi, di cui la polizia politica non riesce a capire come abbiano fatto a raggiungere quelle posizioni politiche, in modo quasi del tutto indipendente dal centro estero comunista e in parte anche conflittuale con l’apparato del partito, o meglio con il poco che ne resta.

Pietro Grifone è arrestato, nel 1933, nel momento in cui tenta di informare i dirigenti del partito comunista che ci sono infiltrazioni poliziesche nell’apparato, a Roma e, soprattutto, nel centro estero. Tutte cose di cui anche dopo la guerra si riparlerà, ma la cui importanza, a distanza di tempo, sarà ovviamente ridimensionata. Anche le posizioni specifiche di Amendola e di Sereni andrebbero osservate attentamente, studiate meglio, soprattutto dal 1937-38 in poi, quando le cose, nel partito, non vanno poi tanto lisce per loro. Sereni a Mosca subisce un drammatico interrogatorio, di cui restano tracce nelle carte del partito a Mosca. Amendola a un certo punto, nel 1937, è tentato di rimanere a Roma, a dirigere il “lavoro legale” tra i fascisti (lo stesso lavoro impostato da suo fratello Antonio).

Domanda 3: l’incontro con Ambrogio Donini a Parigi nel 1938

Ambrogio Donini è il terzo uomo importante di questa storia, insieme con Amendola e Sereni. È lui che svolge, dopo gli arresti del 1933, una missione a Roma per provare a “ricucire” la rete clandestina dei giovani intellettuali (autunno 1934). Conosceva Emma Mezzomonti dai tempi dell’università a Roma, negli anni Venti. E il fatto che si sia incontrato con Delio a Parigi nel 1938, e lo abbia poi in qualche misura “diretto” nell’attività di informazione, e di osservazione, che Delio poteva svolgere, essendo uno dei membri dell’apparato anticomunista che il regime aveva formato a Roma e a Monaco nel quadro del patto Anti-Comintern (informazioni e osservazioni che potevano essere utili al partito) – il fatto, dicevo, che Donini, sorvegliatissimo, lo abbia incontrato presuppone una sorta di garanzia che Emma offriva per il marito.

A quel punto, nel 1938, deve essere esistita una specie di minuscola “cellula” del partito a Roma, formata dai coniugi Cantimori. Uno spunto interessante, fin dall’inizio della ricerca, è stato chiedersi quanto i due fossero sullo stesso piano nella cospirazione familiare – in che misura Emma, che avvicinò Delio avendo forse (anche) in mente prospettive cospirative, in che misura, dicevo, lo tenne poi al corrente di quanto accadeva.

L’amica Lola Ratti chiama Emma, a un certo punto, “girandolona”: ma quella donna indaffarata, che diventa moglie di Cantimori quasi all’improvviso, sorprendendo gli ignari amici e colleghi di Villa Sciarra e dell’Enciclopedia italiana – questa persona informò il marito di quel che faceva, e quando? C’erano regole cospirative abbastanza strette – opportunamente molto rigide. Forse ci sarà stato un disvelamento della situazione nel tempo, progressivo; magari fino alla fine circoscritto, incompleto; chissà.

Domanda 4: la traduzione del Manifesto

Fu naturale, in un certo senso, che i coniugi Cantimori uscissero dalla clandestinità traducendo il Manifesto di Marx e Engels; nel senso che ciò corrisponde a un certo ordine delle cose. “Manifesto”, cioè visibile e aperto: la dimostrazione scientifica del materialismo storico è rivolta a tutti, non agli iniziati, e con essa gli autori vollero, nel 1848, prendere le distanze dall’universo clandestino delle sette socialiste.

Cento anni più tardi, quasi, Emma e Delio seguono lo stesso sentiero, lasciandosi la cospirazione alle spalle. Più esperta del tedesco lei, più consapevole dei problemi storici lui, si mettono a tradurre un testo fondamentale, che durante il regime fascista, in Italia, era difficile trovare nelle biblioteche, ed era comunque una specie di lettura proibita (ma Croce ne aveva ristampato nel 1937, come appendice ai suoi saggi sul materialismo, la traduzione attribuita a Labriola).

Liberata Roma nel 1944, Emma e Delio danno vita a un laboratorio artigiano familiare, da cui usciranno anche il Capitale e i carteggi di Marx, nel quadro di edizioni e collane nuove che si progettavano, per mettere a disposizione del pubblico, finalmente, i classici del marxismo (presto il lavoro fu destinato, per la pubblicazione, a Giulio Einaudi).

La traduzione del Manifesto uscì nel 1948 e fu fortunatissima, ristampata tante volte, e ancora disponibile oggi. La sua caratteristica è quella di avere apparati introduttivi ricchissimi: il testo di Marx, filologicamente tradotto, diventa quasi introvabile in una foresta di commenti, nei quali lunghe citazioni testuali restituiscono il contesto storico in cui il Manifesto comparve. È una traduzione molto “storica”, abbastanza indipendente dalle esigenze politiche della propaganda del movimento comunista in quel momento. Per quelle esigenze, c’era la traduzione fatta da Togliatti a Mosca, che fu stampata, allora, nelle edizioni del partito. A suo modo, anche quella di Emma e Delio, però, fu “politica”, magari puntando a obiettivi più lontani di crescita civile. Sembrano dire: per fare politica, meglio conoscere bene la storia.

Domanda 5: il rapporto col Pci e gli ultimi anni

Per una decina d’anni, nel dopoguerra, resta aperto, e produttivo, il laboratorio artigiano di traduzione di Emma e Delio. L’idea è: traduciamo i classici, per aiutare a diffondere la conoscenza della tradizione marxista nel movimento rivoluzionario che si sviluppa nel nostro tempo.

Cantimori nel 1949 (non nel 1948 come si credeva) prende la tessera del Pci, e raggiunge la moglie su una sponda di impegno politico militante, alla quale Emma era giunta, pare, già nel 1930: vent’anni prima. La tessera non era uno scherzo per nessuno, figuriamoci per uno come Cantimori, tormentato, autocritico, attentissimo alla figura dell’insegnante, dello studioso che fa politica – insomma scrupoloso nel ripensare i rapporti tra politica e cultura (molto dinamico, molto mobile, invece, nel crearne direttamente col suo lavoro, nei diversi contesti in cui gli capitò di inserirsi).

In effetti, la tessera di Delio durerà poco, otto anni: dopo il rapporto di Krusciov su Stalin e la fatale Ungheria (ma non solo per questi due eventi esterni al comunismo italiano), per l’anno 1957, senza fare troppo chiasso, Delio non la rinnoverà, pur restando, ideologicamente, all’interno dell’universo comunista. Decise di staccarsi dall’apparato, di recuperare la sua indipendenza. Questo creerà, di nuovo, come nel ventennio in cui solo Emma era “tesserata”, una qualche differenza tra i due.

Restavano molto legati, ma la posizione nei confronti del partito, di quella specifica autorità, non era la stessa. Emma l’accettava, sembra, silenziosamente. Delio si interrogava invece, di continuo, sul fondamento di tale autorità. Era un critico implacabile, in effetti, della “burocrazia culturale” del partito, che a tratti assimilava a una Chiesa, una delle varie chiese che bruciano gli eretici.

Inevitabilmente, fu diverso anche il modo in cui Emma e Delio guardarono al loro passato tra le due guerre, durante il fascismo e poi la guerra, l’occupazione tedesca. Emma fu silenziosa, e dopo la morte del marito si interessò attivamente alle carte del loro archivio privato, in una chiave che sembrerebbe quella di una protezione di quel passato, non di una cancellazione pura e semplice, soprattutto riguardo al passato di Delio (al suo, probabilmente, non dava grande importanza).

Cantimori ci pensò e ripensò molto, spesso ad alta voce. Qualcosa ne sappiamo già, dai carteggi con gli amici e allievi, e dal formidabile Conversando di storia (1967). Altro ne sapremo in futuro, quando diventeranno disponibili altri materiali, di cui proprio la nostra Emma, prima di morire nel 1969, organizzò la consultazione “differita”. Nel 2034, ad esempio, si potranno leggere le osservazioni di Cantimori al dattiloscritto del primo volume del Mussolini di Renzo De Felice.

Alcune foto di Emma Mezzomonti e Delio Cantimori.

(Si ringrazia il Professore Massimo Mastrogregori)

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