Vitalità, tensioni e pulsioni di Maria Sofia, l’ultima regina del Sud

di Armando Pepe

La biografia che Aurelio Musi dedica a Maria Sofia Wittelsbach, moglie di Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, va oltre il dato meramente fattuale, perché problematizza e sintetizza allo stesso tempo. Si può con ogni certezza affermare che è l’affresco di un’epoca, di cui si colgono, grazie all’arguzia dell’Autore, i lati più reconditi, che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Non c’è capitolo che non meriti l’interesse, che non attiri la curiosità, del lettore; nel primo, intitolato “Il castello incantato”, Aurelio Musi, gioca sapientemente con le sinestesie, proustianamente riportandoci al passato, in quei manieri bavaresi che, per chi li ha visitati, effettivamente conservano un aspetto che Federico Zeri avrebbe definito “senza tempo”. È un approccio più che convincente, perché la descrizione del luogo natale offre sempre suggerimenti che poi vanno esplicati, come l’Autore sa fare bene. «Sulla sponda occidentale del lago di Starnberg, a pochi chilometri di distanza da Monaco, si erge, fra monti e laghi, il castello di Possenhofen. Insieme con il lago di Starnberg e Roseninsel, il castello è stato anche reso famoso dalle riprese in esterni del film di Luchino Visconti, Ludwig» (p. 9). Il regista Luchino Visconti, raffinato esteta, dotato di un innato e innegabile gusto in fatto di arte, aveva colto prima degli altri, il carattere intrinseco della dinastia degli ultimi Wittelsbach, la loro tensione verso il vitalismo e verso il bello, con robuste componenti d’irrazionalità. Il vitalismo fu una costante in tutta la vita di Maria Sofia, che fece da controcanto alla rassegnazione, se non passività, di Francesco II per il suo regno perduto. L’Autore condensa in poche ma pregnanti pagine le condizioni economiche e sociali del regno delle Due Sicilie, ormai sulla via del tramonto; è chiaro nell’evidenziare le diverse piaghe che affliggevano un corpo statuale che non poteva più sopravvivere a sé stesso, per motivi plurimi e convergenti. Alla fine irreversibile del regno corrispondeva in modo inversamente proporzionale il dinamismo di quella che l’Autore, con una giusta metafora, definisce una novella “Giovanna d’Arco”, eroina della piazzaforte di Gaeta, assediata dalle truppe del generale Enrico Cialdini. L’ «Ottobre [1860] fu un mese di intensa guerra e di profonde trasformazioni politiche per il Regno delle Due Sicilie. Il 1° ottobre la battaglia del Volturno vide episodi eroici da entrambe le parti. Le forze borboniche potevano contare su 28000 uomini con quarantadue pezzi d’artiglieria, mentre quelle garibaldine erano appena 24000 con soli ventiquattro cannoni. Francesco partecipò direttamente alla battaglia a fianco del generale Giosuè Ritucci. Cavalcava in prima linea e appariva trasfigurato agli occhi di Maria Sofia come fosse il più valoroso paladino tra tutti i re Borbone» (p. 53). Tuttavia la storia prese un’altra piega e i coniugi Borbone dovettero riparare a Roma per un esilio quasi decennale. « “Roma resta l’unico rifugio dopo il grande naufragio. Napoleone III non ha nessun ruolo nei miei affari personali. Io sono l’unico giudice competente del comportamento che devo avere”. Con queste parole Francesco II aveva risposto piccato all’emissario dell’imperatore francese, che voleva offrirgli protezione. Egli possedeva anche il titolo di principe romano ed era proprietario di palazzo Farnese a Roma, dove giunse con la famiglia e il seguito dopo lo sbarco a Terracina». (p. 71). A Roma «vivevano circa 200000 abitanti tra bellezza, intrighi e degrado: 2000 mendicanti, altrettanti frati e oltre 5000 tra monache e preti» (p. 71). Un esilio triste, costellato di lutti, maldicenze, aspre bordate di una stampa ostile che usava fotomontaggi a sfondo pornografico, in cui il volto di Maria Sofia veniva aggiunto al corpo di una modella, pagata per l’occasione. L’Autore insiste sul fatto, adducendo a sostegno una selezionata bibliografia, come il saggio di Diego Mormorio. Richiama inoltre l’aspetto curioso ma contemporaneamente divertente che aveva la capitale del cattolicesimo; in quanto a foto raccapriccianti, da un punto di vista erotico, Roma non era seconda a nessuna città italiana, probabilmente per una nemesi nei confronti della castità dei religiosi, un’esaltazione del senso del peccaminoso e/o del pruriginoso. Paradossalmente, pur non dovendo amministrare nulla la corte napoletana in esilio manteneva a libro paga molti funzionari e presunti uomini di governo, divisi in fazioni, invidiosi tra loro e iper-polemici. «Maria Sofia, pur non nascondendo la sua simpatia per gli esponenti meno reazionari della corte e del governo, cercava di tenersi lontana dalla guerra di fazione. Rimpiangeva Napoli e il suo golfo. Trascorreva il tempo con la sorella minore Matilde, Spatz,  che nel maggio 1861 sposava il conte di Trani, fratellastro del re» (p. 76). Volava alto, insomma, almeno un metro al disopra della grigia pletora dei cortigiani. L’Autore coglie un nodo fondamentale di quei frangenti storici quando scrive che «L’esilio romano dei Borbone contribuì a cementare quello spazio cattolico mediterraneo i cui confini coincidevano largamente con l’internazionale legittimista. Due ne erano i punti di riferimento, ognuno rispondente a caratteri e con fisionomia differenti, ma profondamente integrati» (p. 77), la viva e vitale Maria Sofia e la morta e ferale Maria Cristina di Savoia, prima moglie di Ferdinando II, la regina santa. Continua Aurelio Musi osservando che «Nell’esilio romano il governo borbonico di Francesco II continuò la guerra contro lo Stato italiano con altri mezzi: fu una guerra di resistenza e di logoramento, fra due progetti di Stato, due idee nazionali, due re. Quello di Francesco II fu un governo senza Stato: alternativo e competitivo nelle intenzioni, perdente nei suoi risultati.» (pp. 77-78). Una contrapposizione che trovò la sintesi nel brigantaggio politico, strumentalizzato dalla corte borbonica per erodere le basi del consenso del neonato Stato italiano. Un brigantaggio, come giustamente sottolinea Aurelio Musi, che nelle società d’antico regime era endemico; basti pensare a Marco Sciarra, senza voler risalire a Spartaco. Maria Sofia fu odiata ed amata, destando sentimenti contrapposti, sfidando la sorte senza risparmio, offrendo all’alea il proprio corpo durante l’assedio di Gaeta; episodio rammentato da Pietro Calà Ulloa nelle Lettere Napolitane e ripreso dall’Autore; quel Calà Ulloa che vedeva il trinomio Sovranità nazionale, Monarchia costituzionale, Indipendenza al massimo grado interpretato soprattutto da Maria Sofia, che «viveva molto ritirata, passando gran parte del tempo ad Ariccia, nel palazzo barocco del principe Chigi, dove saranno ambientati gli interni del Gattopardo, il film di Luchino Visconti» (p. 114), una Maria Sofia che «si risolleverà grazie alla sua vitalità: non più “regnante” ma “errante”, nell’Europa della Belle Époque, della prima guerra mondiale e del dopoguerra inquieto, continuerà con altri mezzi a tessere le fila della reazione all’unità italiana» (p. 115). È un libro davvero denso; oltre che a portare avanti una accurata ricostruzione storica l’Autore scava pure, e fino in fondo, nell’introspezione psicologica di Maria Sofia, prendendo spunto da romanzi famosi, come “Il fauno di marmo”, di Nathaniel Hawthorne, o “Le vergini delle rocce” di Gabriele D’Annunzio, in cui era definita «l’aquiletta bavara che rampogna».  «Ma il caso più interessante e che merita particolare attenzione è quello di Marcel Proust. Quando nel 1923 comparve La prigioniera, Maria Sofia viveva a Monaco. Era in contatto con la locale sezione della Società dei pittori, scultori e architetti svizzeri, presieduta da Gustav Schneeli» (p. 172). «Maria Sofia era stata già presente nei Guermantes: precisamente nelle parole pronunciate dalla duchessa di Guermantes durante il pranzo a cui era stato invitato anche il narratore» (p. 173); osserva, con una fine analisi, l’Autore che Oriane, la duchessa di Guermantes, «con sarcasmo vuole insinuare che Maria Sofia sia assuefatta ai lutti in famiglia tanto da non farci più caso. Il narratore difende invece la dignità della regina di Napoli, sottolinea il valore dei sentimenti di affetto fra le sorelle, il dolore sincero di Maria Sofia per la tragica morte di Sissi [la moglie dell’Imperatore d’Austria] e dell’altra amatissima sorella» (p. 174). Aurelio Musi riporta per intero l’intervista impossibile, programma radiofonico degli anni Settanta, che Leonardo Sciascia fece a Maria Sofia, condotta con presa sicura sui processi e meccanismi della psiche, materiata di tante altre letture. Poco più di vent’anni dopo la sua morte la dinastia sabauda andò in esilio per disposizione costituzionale; chissà che impressione avrebbe fatto ciò all’indomita ex regina di Napoli.

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