Virginia Woolf, La signora Dalloway

di Federico Smidile 

Un grandissimo libro. Questo il punto da cui partire. Siamo di fronte, qualunque senso si voglia dare al romanzo, ad un’opera d’arte purissima, un gioiello luminoso (anche nelle ombre) che toglie il fiato. Negli anni 20 del secolo scorso siamo al culmine della destrutturazione del romanzo classico. La trama conta meno del flusso di pensiero, di quel ritmo musicale di cui parla Nadia Fusini nells sua magnifica introduzione (da leggere dopo il romanzo però). Virgina racconta un giorno qualunque della vita di Clarissa Dalloway che in un mercoledì del giugno 1923 prepara e poi da vita ad un importante ricevimento. Ma quel che conta è appunto il ritmo, il passaggio di pensieri e parole che i personaggi che ruotano attorno a Clarissa, anche non conoscendola, mettono in atto al suono possente del Big Ben, che rappresenta il Tempo (e la morte). Spicca tra gli altri Septimus, l’alter ego cupo della luminosa Clarissa, votato alla pazzia ed alla morte per colpa della guerra. Sembrano contrapposti Clarissa e Septimus, ma in realtà, per me, sono i due volti di Virginia, che amava la vita, che la sentiva preziosa ma anche dolorosa. E della quale vedeva il lato oscuro. Clarissa descrive il suicidio di Septimus, che non ha visto. Ma Virginia sì, dato che dalla finestra si era gettata anche lei. E il feroce odio per i medici che internano, che hanno la polizia, che rovinano la vita, è in Virginia che ne parla nei diari. Un libro non è una autobiografia ma non può fingere, anche se l’autore lo vuole, che la persona scrivente non esista.
Ma il romanzo va oltre, è un inno alla vita, dove esiste anche la morte e quell’inno è Clarissa trasfigurata, quasi novella Dante dopo l’incontro con Dio. Un romanzo sublime, doloroso, accecante e buio. Da leggere e rileggere.
Questo romanzo ha ispirato anche lo struggente film the Hours con Nicole Kidman (una immensa Virginia), Julianne Moore e Meril Streep (Clarissa di fine XX secolo)

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