Victor Hugo, l’ultimo giorno di un condannato

di Federico Smidile

Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato

Putain que livre! Caxxio che libro! Un romanzo (?) breve e profondo. il flusso di coscienza di un condannato in attesa della ghigliottina. Non sappiamo nulla di lui, tranne che ha commesso un omicidio. Ma questo è marginale. Attraverso di lui sentiamo concretamente non tanto e non solo l’orrore della fine ma, soprattutto, l’intollerabile violenza della condanna a morte che rende l’uomo cosa, che per presunta giustizia si arroga il diritto di togliere la vita. Quando scrive questo “instant book” Hugo ha 26 anni. Per prudenza, siamo nel 1829 e Carlo X non é esattamente un democratico, il libro esce anonimo. Ma nel 1832 Carlo X é stato cacciato e la Francia appare più libera. E allora Hugo si svela con una prefazione potentissima, un j’accuse contro la pena di morte, a 70 anni da Beccaria e 100 anni prima di Camus e Foucault, in un momento storico che considera ovvia la pena di morte. Hugo ne mostra razionalmente la vergogna e rafforza ancora il valore del testo. Su questo punto pecca un po’ la pur splendida introduzione della traduttrice italiana, che certo evidenzia il valore non solo letterario di questa orazione civile, ma lo annega poi in un’analisi del testo sicuramente perfetta ma che rischia di far perdere il senso profondo di queste pagine. La rivolta contro l’ infamia della pena di morte. Una rivolta ancora attuale 195 anni dopo questo capolavoro.

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