Una Svizzera come idea d’Europa

di Armando Pepe


Delio Cantimori, Werner Kaegi e la coscienza morale della storiografia europea.


Il volume di Nicola D’Elia, Delio Cantimori e la Svizzera. Filoelvetismo e spirito europeo (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), è un libro di rara densità intellettuale, che riesce nell’impresa – tutt’altro che scontata – di illuminare l’opera e la figura di Delio Cantimori attraverso una prospettiva laterale solo in apparenza marginale, ma in realtà decisiva: il suo rapporto con la Svizzera come spazio culturale, etico e storiografico.


La Svizzera che emerge da questo studio non è semplicemente un luogo geografico o un rifugio contingente, bensì una vera e propria idea d’Europa. D’Elia mostra con grande finezza come Cantimori guardasse al mondo elvetico come a un laboratorio di pluralismo, di rigore intellettuale e di controllo delle passioni politiche, in netto contrasto con le derive ideologiche e totalizzanti che avevano lacerato il continente nel Novecento.


In questo quadro si colloca in modo centrale la figura di Werner Kaegi, che il volume valorizza come uno degli interlocutori ideali più significativi di Cantimori. Interprete profondo di Jacob Burckhardt e protagonista della grande tradizione storiografica basilese, Kaegi incarna per Cantimori un modello alto di ethos dello storico: misura interpretativa, rigore filologico, rifiuto delle semplificazioni ideologiche e consapevolezza tragica della storia europea.

Il dialogo, esplicito o implicito, con Kaegi consente a D’Elia di mettere a fuoco un aspetto essenziale del cantimorismo: la tensione costante tra impegno morale e disciplina scientifica.
Uno dei maggiori meriti del libro è quello di sottrarsi tanto alla tentazione agiografica quanto a una lettura esclusivamente politica di Cantimori. D’Elia restituisce invece un intellettuale inquieto, attraversato da contraddizioni profonde, ma sempre animato da un’esigenza radicale di verità storica. Il filoelvetismo di Cantimori appare così come una scelta strutturale, non accessoria: l’adesione a una tradizione storiografica europea che faceva della prudenza, della complessità e della responsabilità civile le proprie virtù fondamentali.
Il volume colpisce anche per la solidità della base documentaria e per la capacità di intrecciare storia delle idee, biografia intellettuale e contesto politico-culturale senza mai perdere chiarezza espositiva.

La scrittura è sobria, elegante, sorvegliata; l’argomentazione procede con passo sicuro, accompagnando il lettore in una riflessione che non riguarda soltanto Cantimori, ma il senso stesso del mestiere di storico.
Delio Cantimori e la Svizzera è, in definitiva, molto più di uno studio specialistico: è una meditazione profonda sul ruolo degli intellettuali nelle epoche di crisi, sul valore dell’Europa come spazio culturale condiviso e sulla possibilità di una storiografia eticamente consapevole.

Grazie alla messa a fuoco della figura di Werner Kaegi, il libro acquista ulteriore spessore e si impone come un contributo destinato a durare. Un’opera necessaria, colta e rigorosa, che conferma Nicola D’Elia come uno degli interpreti più sensibili e intelligenti della tradizione storiografica europea del Novecento.

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