Una storia di storie

di Armando Pepe

L’ultimo volume, in ordine di tempo, di Franco Benigno “Rivoluzioni. Tra storia e storiografia”, Officina libraria, Roma, 2021, euro 22, raccoglie riflessioni apparse in qualificate riviste di settore durante gli anni appena trascorsi. Posto che il significato è “Rivoluzione” in quanto concetto attuato, i significanti sono multipli e abilmente declinati.

Per leggerlo e gustarlo al meglio occorre avere un background di apposite letture, su cui l’Autore conduce un serrato esame critico, da ermeneuta della storiografia.

Il libro può essere usato anche come bussola per orientarsi nell’infinito mare delle pubblicazioni inerenti al medesimo argomento. Si focalizza su autori che sono stati protagonisti del più o meno recente dibattito storiografico mondiale.

L’Autore va sempre alla ricerca della complessità, rifuggendo la radicalizzazione, che spesso scade nella banalizzazione.

Si prenda ad esempio ciò che Franco Benigno scrive a proposito di Jonathan Israel, autore di più lavori sulla Rivoluzione francese:

“Israel, nella sua predilezione per il dibattito delle idee a scapito del concreto disporsi e ridisporsi dei gruppi politici, tende ad interpretare lo scontro politico come una lotta tra un non ben definito partito inglese, in cui egli raggruppa tutti i monarchici costituzionali, benché avessero posizioni diverse fra loro, e il cosiddetto partito della filosofia, che però presenta il non secondario difetto di non essere, in senso proprio, mai esistito” (p. 109).

Evidentemente, come bene esplicita Franco Benigno, la Rivoluzione francese non è stata soltanto opera di filosofi ma di numerosi fattori concomitanti e il pensiero che sottende i libri di Israel appare “polarizzato”.

Un altro storico su cui si sofferma l’attenzione di Franco Benigno è François Furet, autore de “Il passato di un’illusione”.

Per Furet, invece, il passato non era passato affatto, in quanto scriveva dell’illusione comunista in base anche alle proprie pulsioni e sensazioni di e/o da ex comunista.

L’Autore esprime le proprie perplessità sul libro dello storico francese, scrivendo:

“Furet contrappone in sostanza due logiche esplicative: una prima incentrata sulla dinamica delle passioni ideologiche, caratterizzata dall’investimento psicologico di massa, e una seconda basata sull’analisi degli interessi socio-economici, concepita in senso marxista… di fronte a questa logica binaria ci si chiede se sia credibile un’immagine della storia tanto divaricata. Se la contrapposizione passione-interessi sia la più adatta a rappresentare i drammi di un’epoca. Se la negazione di una visione deterministica della storia debba costringerci a rinunciare, abbracciando la nozione di mistero, alla comprensione di molti fatti storici. Soprattutto, occorre domandarsi se l’unica alternativa alla lettura marxista della storia consista nel rifugiarsi nell’inventario delle idee, delle volontà e delle circostanze: quella che Furet definisce la strada classica dello storico, e che appare piuttosto la via di una certa storiografia ottocentesca” (p.195).

Molti altri storici, che sarebbe lungo riportare in questa sede, sono citati nel libro, chiuso da 47 pagine di note bibliografiche, in cui sono censiti i lavori di Giuseppe Galasso, Antonino De Francesco, Alberto Tenenti, Michel Vovelle, Anna Maria Rao, Gabriele Turi, G. L. Mosse, B. Stone, Patrice Gueniffey e tanti, tanti altri.

Una storia fatta di storie

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