Una sceneggiata a Torino

di Lorenzo Tosa

Nella sceneggiata madre del banchiere di Torino che, come un Batman fuori tempo massimo, srotola il mantello e “raddrizza” i torti del mondo, ci sono almeno quattro o cinque cose degne di nota.

C’è, evidentissima, rabbrividente, la sproporzione di potere in campo, non solo lavorativo (ricordato con l’ipocrita “quando torni vediamo se continueremo a lavorare insieme”) ma anche di posizione sociale e persino del potere insito nel trovarsi lì, davanti a una telecamera casualmente pronta, e leggere un papello cucinato con la chirurgica freddezza della vendetta, davanti alle decine di invitati e ai milioni di voyeur sui social a cui appellarsi.

C’è la trita visione patriarcale e paternalistica della libertà della donna a suo dire “regalata”, concessa dall’uomo padrone come fosse un privilegio fatto cadere dall’alto e non, piuttosto, un dato di fatto per qualunque donna, persona, individuo che non è data da nessuno, dentro o fuori dal matrimonio.

C’è la pianificazione scientifica e organizzata della distruzione di una donna, non certo per riparare un torto o per sanare una ferita (il che sarebbe pure comprensibile), ma con l’esclusiva e narcisistica volontá di vincere una partita mediatica, in un meccanismo tossico per cui la tua vittoria potrà esistere e realizzarsi solo nella devastazione morale dell’altra. Del “nemico”.

C’è una forma sottile – e per questo ancora più subdola – di violenza nei confronti di una donna che avrà tutte le responsabilità del mondo (ma chi siamo noi per stabilirlo?), ma che viene sbattuta davanti alla telecamera con tutta la sua intimità e la sua privacy al vento senza che possa in alcun modo né difendersi né controbattere, men che meno sottrarsi.

C’è, in fondo, a guardar bene, l’immagine riflessa allo specchio di una società che ha spettacolarizzato ogni emozione in ogni sua gamma, dall’esibizione sguaiata di gioia alla forma più morbosa e voyeuristica del dolore. L’importante è che se ne parli.

Una scena in cui non ci sono né vincitori né vinti, né lezioni morali né “blastate epiche” né, figuriamoci, il minimo coraggio, come vorrebbe la vulgata dei maschiottardi da social sempre in cerca del vendicatore di turno di paranoici e non meglio precisati torti femministi. C’è solo la trasposizione stantia di un reality social di quart’ordine, col suo copione già scritto (e letto pure male), la perdita di ogni pudore o decoro, la inconfessabile soddisfazione di vedere messo a nudo la vita altrui dal divano di casa con una paletta in mano e il televoto.

Una gogna pubblica, insomma, di quelle di fronte a cui ci indigniamo tanto. E, una volta che ce la troviamo davanti, chiara e nitidissima, non riusciamo neppure a distinguere la vittima dal carnefice.

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