Un saggio di Fabio Frosini: Mussolini, la rivoluzione e lo Stato nuovo

di Salvatore Sechi

A pezzi e bocconi, e su una scala temporale che ormai sfiora il secolo, la storia del fascismo è fuoriuscita dalle mani dei suoi affossatori ed eredi, cioè le culture politiche e soprattutto le narrazioni dei partiti antifascisti.

Ad essi dobbiamo l’importante testo costituzionale del 1948 in cui sono stabiliti i divieti e le condizioni economiche e sociali che dovrebbero scongiurare il rifluire del nostro paese in quel passato. Non si può dire, invece, che ai CLN dobbiamo la costruzione di un radar (dalle memorie private alle storie delle forze politiche, di gruppi intellettuali e di una storiografia) su ciò che fu il ventennio 1922-1945.

Alessio Gagliardi ci ha dato una bella rassegna dell’immagine che venne offerta dagli antifascisti enucleando il sentire comune (da Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Luigi Longo e Piero Calamandrei) che si fosse trattato di un uso massiccio della violenza sotto la quale lo Stato liberale dovette progressivamente soccombere.

Una ventina di anni fa Roberto Vivarelli, in una trilogia per l’editore il Mulino, ha compiuto una ricognizione con esiti diversi. Al fondo di essa emerse che il massimalismo socialista aveva introdotto la paura, la minaccia, cioè le forme della violenza politica nel conflitto sociale e, in secondo luogo, che inizialmente l’obiettivo delle conte stazioni fasciste non furono le organizzazioni del movimento operaio e contadino.

Anche se questa fu la vulgata che il PCI sarebbe riuscito a imporre nella narrazione comune e nei testi delle scuole di ogni ordine e grado , attraverso le testimonianze dei suoi dirigenti e le ricerche di studiosi, in realtà ad essere prese di petto da gruppi di squadristi furono prefetture, questure, amministrazioni locali ostili prima all’interventismo (la cui cultura polifonica e non omologante è stata studiata da Luisa Mangoni) e poi ai simboli della vittoria sugli austro-ungarici.

Gli apparati di repressione e prevenzione non funzionarono. Pertanto, i protagonisti della guerra, gli ex combattenti, furono oggetto di vere e proprie forme di persecuzione. Visitare i cimiteri, issare bandiere tricolori o dedicare piazze e monumenti a mutilati ed invalidi della guerra combattuta divenne in molti luoghi ostaggio di intimidazioni e vere e proprie cacce all’uomo che colpirono una molteplicità di reduci e di vittime.

Il tiro si alzerà successivamente facendo fuoco e fiamme sull’intera civiltà (come la chiamerà Togliatti) che i socialisti (partito, amministrazioni, sindacato, cooperazione e intellettuali) avevano saputo creare, a cominciare dall’Emilia Romagna.

Lo squadrismo prese allora l’aspetto di un esercito che marciava per procura a difesa degli interessi agrari e industriali. L’immagine di reazione di classe finì per prevalere fin nelle narrazioni degli anni della guerra fredda, e non solo.

Le correzioni di sensibile spessore arrecate da Togliatti (nelle Lezioni sul fascismo edite da Einaudi) coniando l’archetipo del fascismo come “regime reazionario di massa” e da Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere, non arrecarono grandi deroghe. Furono per lo più accolte come una sorta di mania definitoria di una lezione già diventata senso comune di massa.

Dopo l’intermezzo costituito dalla biografia di Mussolini e del suo regime ad opera di Renzo De Felice, che impegnò un’intera generazione in discussioni sempre più ravvicinate e divisive, la novità è stata il saggio di Guido Melis, La macchina imperfetta, edito dal Mulino a Bologna.

Lo storico sassarese ha impeccabilmente saltato il fosso delle diatribe e delle contrapposizioni. La sua scelta fu quella di studiare quali furono le maggiori opere che il fascismo, diventato Stato, aveva creato attraverso il governo delle istituzioni e la prassi amministrativa.

La ricchezza della documentazione, il rigore delle ricostruzioni, l’interesse per cogliere cambia menti o conservazione nelle maglie in cui si articolò il potere del “nuovo Stato”, misero il lavoro di Melis al riparo dalle irate (e non di rado aggressive) levate di scudi che era facile attendersi.

Fu anche il segno che la nostra storiografia era finalmente entrata in un nuovo ciclo. Non più quello di incunabulo e arma politica, in soccorso (o a copertura) dei partiti, ma come strumento di riflessione su un passato che ha anche antropologicamente formato il modo di essere, e anche di sentirsi, italiani di diverse generazioni. È quanto mostra il recente lavoro sul Perfetto fascista, e l’intera sua bibliografia negli ultimi anni pubblicata da   Einaudi, di una delle più autorevoli storiche degli Stati Uniti, Viky De Grazia.

Melis chiudeva il suo saggio, dopo una disamina dei settori in cui Mussolini aveva operato, con risultati anche e non di rado positivi, mettendo a fuoco la personalità sul piano di una comparazione storica tra leaders dell’Italia post-risorgimentale. E la faceva incorrere in una variante del giolittismo, cioè un uomo politico attento a non lasciarsi travolgere dalle contrapposizioni, usando il più spesso possibile e al di là dell’irruenza focosa, l’arma della mediazione e del compromesso. Forse questo modo di fare politica, che Renzo De Felice rappresentò nel concetto di tatticismo, si può chiamare finalmente col proprio nome. Fu la capacità avuta dal fascismo di sapersi adattare al paese reale (e viceversa).

Il silenzio sul rapporto tra il fascismo e la cultura storica e politica che ha in parte accompagnato (ma era fuori del suo impegno prevalente) il saggio di Melis, viene colmato ora da uno dei maggiori studiosi del pensiero politico di Antonio Gramsci, cioè Fabio Frosini (La costruzione dello Stato nuovo. Scritti e discorsi di Benito Mussolini 1921-1932, Marsilio, Venezia, pp. 523, Euro 25). Esso fa seguito al saggio introduttivo di uno studioso che ricordo sempre amichevole, generoso (ma con un limite enorme mente disdicevole per i suoi compagni del Pci, quello di non lasciar soccombere in arzigogoli la propria opinione). È stato condannato ad un fitto silenzio. Si chiamava Enzo Santarelli e nel 1979 curò per l’editore Feltrinelli gli Scritti politici di Benito Mussolini.

Il fascismo viene esaminato attraverso due lenti, veri e propri periscopi: quella del maggiore studioso e intellettuale collettivo (per la grande diffusione e l’autorevolezza dei suoi scritti), cioè Benedetto Croce, e quella del suo maggiore critico, il comunista Antonio Gramsci.

Muovendosi tra i poli storiografici della continuità e della rottura, Frosini riesce a dire a voce alta quel che a lungo è stato affogato nel silenziatore, cioè che il fascismo fu il tentativo di dare via ad un esperimento di grande spessore. Diciamo pure decisivo per evitare all’Italia di stramazzare sotto il peso del dopoguerra, ma fu anche un punto di riferimento, una sorta di modello su scala mondiale.

Il regime non esitò a farsene un motivo di propaganda, ma dal Regno Unito agli Stati Uniti si guardò con grande interesse a quel che si faceva in Italia. Un argine, una diga, all’espansione del comunismo era stata creata.

L’aver fronteggiato questa minaccia e contemporaneamente l’avere creato un sistema politico-istituzionale e un’economia dove il mercato era mitigato dall’intervento dello Stato diede luogo ad un intreccio munito di una sua originalità e ragione di imitazione. Era lo Stato nuovo. Risiedeva nel fatto che, come avvertì Croce, il mussolinismo fu una forma, una replica – pagliaccesca quanto si vuole – del suo maggiore nemico, il bolscevismo.

La neutralizzazione del pericolo rappresentato da quest’ultimo fu a lungo negli anni Venti e Trenta al centro dei giudizi di gran parte dell’opinione pubblica, della monarchia, della chiesa e di molti osservatori internazionali. Se ci aggiungiamo il consenso conquistato a livello popolare, si può parlare di un consenso di massa (e non solo di una fabbrica del consenso). Verrà meno, dando vita quasi ad una frattura, negli anni Trenta con le derive costituite del colonialismo e dall’antisemitismo, dalla partecipazione alla guerra civile spagnola e infine alla Seconda guerra mondiale.

Si può parlare, come Frosini sembra cautamente propenso o a fare, di due Mussolini? La tentazione non è fuori luogo. Certamente quello di tutti gli anni Venti ha sensibilità e stimoli culturalmente presenti ed anche efficaci (che si traducono nel gettare le basi insieme allo Stato, di una follia soteriologica, addirittura dell’“uomo nuovo”) in contrapposizione a quello degli anni Trenta.

Fu in quel decennio che lo State Building scema, viene meno. Santarelli parlò addirittura di falli mento di questo grande obiettivo.

La mano ferma, cioè la sicurezza, con cui Frosini si muove nei commenti preposti ai singoli scritti e discorsi di Mussolini dal 1921 al 1932 si nutrono della conoscenza approfondita della ricca storiografia sui singoli aspetti di questo lungo iter politico. Ma anche delle analisi di Antonio Gramsci. Non tanto di quelle dominate dalla fascinazione leninista degli anni Venti quanto dalla riflessione autonoma, da intellettuale sempre più indipendente, affidata ai Quaderni dal carcere.

Frosini riserva ampio spazio ai giudizi di Benedetto Croce sul fascismo come versione italiana del comunismo. Al di là della loro intrinseca validità realizzano l’obiettivo di fare del fascismo non l’invasione degli Hyksos, ma il punto di arrivo della storia d’Italia. Anche il secondo dopoguerra non sarà una rottura, ma qualcosa di simile, per molti versi, ad un continuum per proseguire nell’uso di un metodo politico che privilegia non il New deal, ma il rinnovamento nella continuità.

Frosini come i suoi colleghi dell’università di Pavia (riuniti intorno a Gianni Francioni) ha disselciato, con le armi della filologia, il terreno insieme aspro e scivoloso, della scrittura e delle annotazioni di Gramsci. L’hanno potuto fare in silenzio e con grande lena perché non avevano sacri numi né profezie politiche da venerare o ridurre a strame.

Negli scritti che maneggiavano e nelle attese dei risultati di chi (Togliatti, Donini ecc.) aveva voluto farne, mediante la Fondazione Gramsci, il centro di incubazione e distribuzione a livello di massa della cultura comunista, hanno aleggiato a lungo come spettri o moderatamente con mani adunche le religioni e le liturgie del presepe cominformista.

Fu lo stesso Gramsci, soprattutto alle origini, a racchiuderle nella sintesi lessicale con cui evocava il dispotismo sovietico (adornato come dittatura del proletariato). Amava chiamarlo prima garante della nuova libertà annunciata e praticata dai bolscevichi al potere e successivamente “Stato operaio”.

La ridondanza di questo lessico aulico è servita a lungo ad ovattare una devastante prassi autoritaria e repressiva (fino ad un avventuriero come Vladimir Putin) che si è estesa da Mosca fin dentro l’Europa, l’Asia e l’America latina.

Fortunatamente i grandi liberali austriaci (Hayek, Mises, ecc.) hanno saputo rilevare tempestivamente questa finzione della costruzione di Stati altamente illiberali e repressivi. Alle giovani generazioni è stata così fornita una conoscenza ravvicinata grazie al coraggio dell’editore Rubbettino di pubblicarli in una collana affidata alla cura di Raimondo Cubeddu e Lorenzo Infantino.

Ma Cospito, Francioni, Frosini e i loro allievi, pur non essendo (mi pare) finora affascinati dalla scuola viennese, hanno saputo negare all’italo-comunismo sia ogni sperticata devozione sia l’orgoglio (improbabile e non richiesto) di impegolarsi nella sfida per abbatterli. Questo stuolo di ricercatori con epicentro Pavia ha voluto essere, penso fur ewig, solo degli studiosi. In questo senso un ordine sacerdotale.

La lettura gramsciana del fascismo, grazie allo straordinario spirito di comprensione, ha reso al regime che lo tenne per oltre dieci anni dentro un carcere onori di cui l’antifascismo fu incapace.

Il leader comunista sardo il fascismo l’aveva vissuto prima come un sostenitore (insieme ai suoi compagni dell’Ordine Nuovo) del Mussolini socialista fino alla Prima guerra mondiale e successivamente   come detenuto per la condanna a oltre 20 anni di carcere. Un vecchio compagno diventato un implacabile avversario, dunque.

Gli furono inflitti, in violazione delle   leggi del lo Stato (in quanto deputato non poteva essere arrestato), sia come recluso nelle diverse carceri alle quali venne destinato.

Direi che da questa esperienza si è venuta progressivamente dipanando una sintesi a testa multipla, complessa e articolata della storia del fascismo. Lo stesso Togliatti (che pure nel 1935 ne aveva delineato in maniera originale alcuni i caratteri essenziali), fino agli anni Sessanta, malgrado l’impegno della Fondazione Gramsci, non riuscì a farne la grammatica di un grande convegno nazionale.

Oggi uno dei migliori cultori di Gramsci, Frosini appunto, riesce a scolpire lo scheletro di quel regime attraverso le molte scritture del suo capo.

Non furono solo freno allo sviluppo sindacale e politico dei ceti popolari, grazie ad un sistema di controlli capillare e di repressione, ma stimolo ad una “legislazione sociale all’avanguardia” che, ad avviso dello stesso Mussolini, ripetutamente ne accolse le rivendica zioni.

Tutto ebbe luogo intorno ad una funzione che questo libro documenta. Mi riferisco al ruolo largamente monocratico incentrato su Mussolini, ma anche ad un sistema policentrico e “policratico” in cui si giustapponevano poteri concorrenti e anche non sempre congruenti. Con un largo spazio assegnato agli intellettuali e in genere un attivismo culturale non riducibile a posizioni uniformi, insieme ad una disseminazione anche ipertrofica di rituali politici e di un simbolismo.

Attraverso di esse, come ha visto bene Emilio Gentile, sì cercò di legare le masse al Duce e al reticolato dei sottocapi. Il che vuol dire, precisa Frosini, gettare le basi per “unificare una base sociale variegata”. Un esperimento che nella storia d’Italia non era mai stato tentato e sarà ripreso nel secondo dopoguerra dalle sinistre e dalla stessa Dc.

A Frosini si deve una coraggiosa innovazione. Rispetto a una storiografia che è riuscita a valorizzare l’apporto di grandi figure come Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe, Mario Sironi, Giuseppe Bottai, ha voluto sfidare la sconfinata palude del conformismo nostrano dedicando un argomentato, mai supino, interesse allo stesso Mussolini.

In quanto agitatore, giornalista, tribuno, dirigente politico, parlamentare, e uomo di governo, Frosini lo esamina criticamente dal 1921 al 1932, lungo un periodo in cui vide la luce, si realizza e si   decompone lo Stato nuovo che i fascisti intesero edificare.

Mussolini impiegava mesi per preparare discorsi e scritti. Non si può dire che siano da mettere sullo stesso piano di Gentile, Volpe, Rocco ecc. Ma non si può negare che la “la sua ‘parola’ ha sempre un peso straordinario nell’indirizzare, moderare, suscitare, modulare le spinte anche contrastanti che sorgono dal l’interno del movimentato, del partito e poi del regime”.

I testi selezionati, e commentati con spirito storico-critico da Frosini mostrano passo a passo come costruì lo Stato fascista.

Con questo volume l’editore Marsilio ha munito i lettori (purtroppo senza fornire un utilissimo indice dei nomi e una lista della bibliografia citata) della capacità di cogliere in sintetica profondità quel che le precedenti raccolte curate da altri editori non sono state in grado di offrire: cioè come avvenne il superamento del liberalismo, del suo modello di Sta to, come fu attuato il rapporto di esso col partito, con la cultura, con l’educazione. Ma anche la diversa declinazione del concetto di popolo e di nazione.

Il lettore è così messo nelle condizioni di capire la dialettica instaurata dal fascismo col socialismo, col comunismo, ma an che sui rapporti tra stato ed economia, tra costituzione, rivoluzione e insurrezione.

Frosini riesce nell’impresa inedita di rendere accessibile ad un ampio pubblico il profilo di Mussolini come rivoluzionario, uomo politico, ideologo e pensatore. Non lo si troverà mai banale, prevedibile e scontato.

Ne è così scaturita “una traiettoria che dal corpo al corpo col liberalismo conduce verso l’idea di uno Stato che ‘prevede’ e ‘provvede’”. Si era dato come missione di produrre un “uomo nuovo”. Davvero negli anni qui esaminati la grande politica ha cercato di non ridursi a mera amministrazione dell’esistente.

Si può dire, senza essere linciati, che il perimetro di questo Stato in cui si cercò di rimodularla è stato il primo vero grande tentativo di radicare nel nostro paese una rivoluzione?

Credo che a rendersene conto sia stato Croce (e, nella polemica con lui, Gramsci) quando esorcizza il fascismo presentandolo come la variante italiana del bolscevismo e quindi il grande pericolo incombente di una rottura della continuità assicurata dal liberalismo.

A ragione Frosini riabilita i passaggi di una riflessione preoccupata, quasi insonne, che da Napoli agitava i pericoli e i danni di un sovvertimento delle basi della storia e della stessa tradizione nazionale.

Croce non si rese mai conto che essa (incarnata nel liberalismo) era poco democratica perché, come rileverà anche Gramsci mancava di partiti politici strutturati. Ed era poco espansiva e riformatrice perché si era ancorata ad un parlamento di notabili staccati dalle organizzazioni di interessi.

Nelle elezioni dell’inverno 1919 saranno falcidiate dal successo dei cattolici di Luigi Sturzo e soprattutto dei socialisti. E dopo il 1921 dai fascisti.

Croce verso di essi ebbe un atteggiamento duplice, direi di sostanziale incomprensione. Per un verso li considera un intermezzo, l’erezione di un ponte che, dopo aver salvato il Paese dal comunismo, lo avrebbe traghettato verso il liberalismo, munendolo di uno Stato più forte. Per un altro verso, come scriverà nel secondo dopoguerra, quel che Mussolini aveva creato viene rubricato in una macchina ideologica e di governo che ha contribuito a trasformare degli uomini semplici.

Nel 1945 ha richiamato la sua diagnosi  del fascismo e  che “foggiando miti di classi sociali e di nazioni, e nel loro combattersi e distruggersi  risolvendo tutta intera la storia umana, o vagheggiando fantasmi di violenze, di  sangue e di lussuria”, ha alimentato “un nuovo giacobinismo … tutto piantato sull’astratta economia e sull’astratta forza politica”, che   ”da per ogni dove pretende di costruire nuove società umane col calcolo o con la tecnica o sostituire  all’uomo complicato, ossia civile, l’uomo semplificato, all’uomo storico l’uomo tratto fuori  dalla storia o, piuttosto, ,l’animale addestrato”.

Richiamando l’esperienza storica del giacobinismo, delle mitologie ecc. Croce ha contribuito a ricongiungere il fascismo alla storia d’Italia, farne un’articolazione e un’opposizione.

Più tarda fu, invece, la legittimazione del comunismo. Anch’esso, al pari del fascismo, rubricato come morbo, malattia grave da cui era affetto il vecchio continente,

Quel che a Croce mancò (come a tutto l’antifascismo) fu un aspetto peculiare che, invece, non sfuggì né a Mussolini né allo stesso Gramsci: la nascita del totalitarismo, il ruolo inedito, globalizzante, dello Stato.

Se si vuol capire il Novecento il termine non è da esecra re. Indica quel che è venuto sostituendosi al declino del liberalismo, cioè la formazione di uno Stato che raccoglie, e cerca di soddisfare (non è, però, detto che ci sia riuscito) tutte le domande e i bisogni della società civile che nell’Ottocento e fino alla Prima guerra mondiale si esprimevano attraverso filtri organizzativi privati (partiti, sindacati, associazioni culturali o di interessi ecc.).

Nell’Italia fascista e nella Russia sovietica queste autonomie, forme di organizzazione di bisogni e degli interessi sono fatti propri e gestiti direttamente dallo Stato attraverso la rete delle sue istituzioni.

Mussolini e Stalin si sono serviti di un solo partito, di un solo sindacato, di strutture corporative centralizzate che hanno costantemente negoziato col governo. Il pluralismo e l’eventuale conflitto dalle molteplici dimensioni private che si esprimevano nello Stato liberale, è nutrito e blindato all’interno di questi grandi corpi rappresentativi. Dopo la Seconda guerra mondiale molte di queste formule e gestioni sono rimaste in piedi.

La proposta di Frosini di fare parlare direttamene Mussolini, servendosi di scritti e discorsi, consente di metterlo a confronto con suoi predecessori (Giolitti per esempio) e anche successori (per esempio De Gasperi).  Chi lo ha letto o ascoltato ne ha potuto cogliere certamente debolezze, tecniche imbonitorie ecc., ma anche capacità di costruire col pubblico un rapporto di comunicazione insolito. Ebbene, ha cambiato radicalmente il modo di essere della leadership.

 

 

 

 

 

 

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