Un ricordo del pensiero politico di Ciriaco De Mita

di Guido Melis

Su Ciriaco De Mita, appena scomparso. Doveva essere il 1984 quando il mio amico e quasi secondo maestro Roberto Ruffilli mi chiese di segnalare sull’ “Unione sarda”, cui collaboravo assiduamente, “Ragionando di politica”, il libro di De Mita appena uscito per Rusconi. Lui, Roberto, ne aveva scritto una breve introduzione. Accettai. Mi mandarono il libro, lo lessi con interesse e lo recensii. La recensione piacque a Ruffilli, che mi disse che anche De Mila l’aveva apprezzata. In verità ci avevo lavorato. Senza dargli ragione su tutto, avevo cercato di cogliere la novità della sua proposta, raffrontandola con quella socialista di Craxi e con quella comunista. Non sfigurava. De Mita era un uomo acuto ingiustamente inchiodato dai suoi avversari alla felicissima battuta (felicissima ma ingiusta) di Gianni Agnelli: un intellettuale della Magna Grecia. In realtà c’era dell’altro: c’era il senso della crisi incipiente dei partiti, che lo avvicinava all’ultimo Moro (di qui il rapporto con Ruffilli che ne sarebbe diventato il portavoce nel settore della riforma istituzionale); c’era il tema del cittadino come arbitro (altra formula ruffilliana); e c’era un certo coraggio, in un partito molto attento a mascherare il cambiamento con una politica di passi felpati e di reticenze. Nel gruppo dirigente Dc di allora, se confrontato con Andreotti o Piccoli o Forlani, De Mita sembrava avere più benzina.
Ne ebbe poca, invece. Coinvolto nel duello rusticano con Craxi, perse la gara e finì fuori gioco. Poi venne la cosiddetta fine della cosiddetta prima Repubblica e non se ne seppe più molto. Il mio amico quasi secondo maestro, che lo aveva seguito con l’incarico non solo di senatore ma soprattutto di responsabile Dc della riforma istituzionale, non poté vedere quel declino demitiano: glielo impedirono le pallottole delle Brigate rosse.
C’è un seguito, però: un finalino a sorpresa che mi riguarda. Passano gli anni e Sabino Cassese accetta di diventare il presidente del Centro Guido Dorso, prestigiosa istituzione culturale di Avellino creata in nome del grande meridionalista. Mi mettono nel consiglio scientifico, lavoro assiduamente a rilanciare la parte storica (il Centro ha una splendida biblioteca) e scrivo varie cose, curandone altre insieme ai consiglieri voluti da Cassese. Il Centro, che si era un po’ eclissato alla morte del suo precedente presidente Antonio Maccanico, riprende fiato e comincia ad essere citato nella stampa nazionale. Qui entra in scena De Mita, che si fa eleggere sindaco nella sua Nusco, la sede della sua corte primigenia. Pare che tutti lo amassero e in molto giocassero con lui a scopone scientifico: lodevolissimo modo di invecchiare. Se non fosse che, consultato non ricordo da chi, manda a dire che questo Centro Dorso, insomma, pur lavorando alacremente, è pieno di comunisti. Ohibò, comunisti? Siamo già in era DS, Enrico Berlinguer è morto da tanti anni, il muro di Berlino è stato demolito. Comunisti? Sì, aggiunge a chi gli chiede ragione della accusa, comunisti come quel Guido Melis. Caro povero De Mita: se avesse frugato nella sua memoria o nel suo archivio di un tempo avrebbe trovato quella recensione su un giornale sardo, fatta con scrupolo da poco più che un ragazzo che non lo conosceva e che non aveva né ebbe mai dopo nulla da chiedergli (cosa rara, eh?).
Peccato. Il ricordo che mi è rimasto è questo, e dice molto dell’uomo, dei suoi limiti e delle sue innate fissazioni.

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