Un re incompreso. Ferdinando IV di Borbone e il Grande Gioco del Mediterraneo

di Egidio Ivetic

Non è certo un personaggio storico di facile lettura Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli e di Sicilia dal 1759 al 1816 (era nato nel 1751), poi Ferdinando I di Borbone re delle Due Sicilie dal 1816, sino alla morte avvenuta nel 1825. Figlio di Carlo, si trovò a nove anni sul trono, quando per una serie di circostanze il padre dovette optare per la corona di Spagna. Senza aver tempo per una piena maturazione, Ferdinando si dovette confrontare tutta la vita – è il caso di dire – con qualcuno vicino ma autorevole per poter affermare la propria personalità come uomo e sovrano: prima c’erano il padre, che da Madrid teneva il regno napoletano sotto tutela, e il potente consigliere Bernardo Tanucci, poi la moglie Maria Carolina d’Austria, sovrana volitiva, decisa a dire la sua sulle cose di stato, e i vari uomini di fiducia, come l’inglese John Acton, e così avanti. Fu un lungo regno, più di sei decenni, per un sovrano descritto come ozioso e annoiato, dedito alla caccia e ai divertimenti, succube di chi gli stava attorno. Insomma, tanto le memorie del tempo quanto la successiva storiografia non hanno certo lasciato considerazioni positive su Ferdinando.

Emilio Gin, con questo agile libro edito da Rubbettino, Ferdinando IV di Borbone e il Grande Gioco del Mediterraneo, cerca di smentire almeno in parte la consolidata versione che condanna il re napoletano, rivisitando la politica estera del regno di Napoli, così come l’ha voluta condurre Ferdinando tra gli anni Settanta del Settecento e l’avvento dei francesi a fine secolo. Siamo nel dopo Aquisgrana, e soprattutto nel dopo 1756, quando l’intesa franco-austriaca chiuse la rivalità fra gli Asburgo e i Borbone in Italia. Si parla di equilibri stabili tra gli stati italiani, di immobilismo, quasi di un’attesa per qualche cambiamento che, di fatto, dal 1789 si vedrà a partire dalla Francia. Sul piano internazionale ci sarebbe ben poco, a parte le spedizioni navali che Venezia manda contro i porti barbareschi. Nella stagione delle riforme illuminate, su cui c’è una storiografia sterminata, gli stati italiani sembrano chiusi in se stessi, non rivelano ambizioni per andare oltre lo status quo. Tuttavia, e lo dimostra Gin in questo studio, non è da sottovalutare il dinamismo che si riscontra nel caso di Napoli, dinamismo politico in riferimento al Mediterraneo.

Dopo più di due secoli di passività, durante i quali il Viceregno, tale di fatto, fu una propaggine di confine nel sistema imperiale spagnolo, le novità non furono da poco. La politica del riarmo, avviata nel 1767, aveva dato i suoi frutti. Sotto lord Acton, la marina aveva inaugurato un percorso di aggiornamento delle navi secondo i criteri più avanzati in Europa: crebbe il numero di vascelli e fregate, strumenti necessari per farsi valere come regno neutrale nei conflitti tra potenze ma anche strumenti di deterrenza nella lotta contro gli stati barbareschi. Il bombardamento di Algeri nel 1784 da parte di una squadra congiunta di navi spagnole, maltesi e napoletane fu il segno del cambiamento. I cadetti napoletani furono inviati come volontari nelle maggiori marine europee. In genere, il secondo Settecento si ricorda a Napoli, come epoca del pieno ritorno alla dimensione marittima, dalla cantieristica all’aumento della gente occupata in attività marinare. Lo stesso mare divenne, più di prima, parte inestricabile della cultura popolare.

Sul piano diplomatico, la politica di autonomia perseguita da Ferdinando IV portò al peggioramento delle relazioni con Madrid. Furono sviluppate le relazioni diplomatiche con la Russia dal 1777; a pochi anni di distanza, cioè, dell’ingresso delle navi russe nel Mediterraneo.  Il trattato di commercio e navigazione concluso con San Pietroburgo nel 1787, in cui c’erano clausole per l’attracco dei vascelli da guerra russi nei porti napoletani e siciliani, causò non pochi malumori tra le potenze borboniche di Spagna e Francia. Infine, la proposta, da parte del regno di Napoli, quale mediatore tra l’impero ottomano e l’impero russo durante le trattative in vista della pace di Jassy nel 1792, rimane la prova dell’ambizione di essere più di una potenza secondaria sulla scena internazionale.

Gin ricostruisce con dovizia le varie tappe di questa crescita diplomatica, soffermandosi soprattutto sulle dinamiche tra i protagonisti a corte. Tutto fluisce verso il 1799, verso quella che Gin indica come la tempesta. Si chiude allora la stagione riformista di Ferdinando IV di Borbone. Le vicende che seguirono negli ultimi sessant’anni del longevo regno di Napoli, a fronte delle di quanto visto nel secondo Settecento, appaiono prive dello stesso entusiasmo.

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