Un Paese in cui si muore lavorando

di Domenico Iannaccone

Sotto la Torre dei Conti, ai Fori Imperiali, a due passi dal Colosseo, ieri un uomo ha passato ore a chiedere aiuto.
Lavorava ai restauri quando la torre è crollata
Si chiamava Octay Stroici, aveva 66 anni, veniva dalla Romania, come tanti che reggono in silenzio il peso del nostro paese.
Alla soglia della pensione, ancora su un’impalcatura per tenere in piedi un pezzo di bellezza che, forse,  gli sarebbe sopravvissuto.
Per undici, lunghissime ore ha respirato sabbia sgretolata e paura.
Lo sentivano i soccorritori: la voce che usciva da una piccola fessura, impastata di polvere e invocazioni.
Hanno provato tutto — i pompieri in cima all’autoscala, la barriera di fortuna costruita con assi e ringhiere per proteggerlo, la corsa disperata verso l’Umberto I.
Ma alle 00:20, dopo il massaggio cardiaco e le terapie,  Octay Stroici è morto in pronto soccorso.
Nel 2024 più di mille persone hanno perso la vita sul lavoro.
Nei primi sei mesi del 2025, già 502 (+7%).
Dietro ogni numero, c’è la stessa storia che si ripete: norme scritte, controlli assenti, responsabilità disperse.
In un Paese dove si muore lavorando e si indaga dopo. Sempre dopo.

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