Un Nobel negato

di Andrea Ferrero

Succede spesso che il premio Nobel non venga assegnato a ricercatori che lo meriterebbero. Ma che venga negato alla stessa persona due volte per due scoperte diverse è un caso pressoché unico. È successo a me. Mi chiamo Giuseppe Occhialini, detto Beppo, e questa è la mia storia.

Sono nato nel 1907 a Fossombrone, in provincia di Pesaro. Mia madre appartiene a una famiglia di letterati: suo zio Luigi Mercantini scrisse “La spigolatrice di Sapri”. Mio padre è un fisico autorevole. Seguo le sue orme e nel 1929 mi laureo in fisica all’università di Firenze con una tesi sui raggi cosmici. Per individuare le particelle subatomiche adoperiamo il contatore Geiger. È come la Colt nel Far West: uno strumento economico che tutti usano per farsi largo in una dura frontiera.

Grazie a una borsa di studio del CNR, nel 1931 mi trasferisco al prestigioso Cavendish Laboratory di Cambridge, diretto da Ernest Rutherford. In Inghilterra inizio a usare la camera a nebbia, uno strumento per la rivelazione di particelle elementari, ma la modifico con una tecnica che ho imparato da Bruno Rossi: collego alla camera un circuito di coincidenze realizzato con contatori Geiger, che la rende molto più efficace nell’individuare le particelle.

Con questo strumento nel 1933 Patrick Blackett e io scopriamo il positrone: la particella è già stata osservata l’anno precedente dall’americano Carl Anderson, ma noi siamo i primi a interpretarla come l’antiparticella dell’elettrone, collegando la nostra scoperta alle teorie di Paul Dirac. Abbiamo dimostrato l’esistenza dell’antimateria.

Nel 1948 per questa scoperta Blackett vince il premio Nobel per la fisica: sa bene che la mia mancata presenza al suo fianco è un’ingiustizia e lo dice apertamente, ma senza ottenere ripensamenti.

Nel frattempo io sono tornato in Italia, ma il clima creato dal fascismo non fa per me e nel 1937 accetto un invito a creare la scuola di fisica della neonata università di San Paolo, in Brasile.

Nel 1942 il Brasile dichiara guerra alla Germania e all’Italia. Non posso più lavorare negli enti pubblici. Vivo in una capanna sulle montagne nell’entroterra di San Paolo e mi mantengo facendo la guida alle scalate. Ancora oggi in Brasile c’è una montagna, difficile da scalare, che si chiama “picco Occhialini”.

Nel 1944 torno in Inghilterra e studio ancora i raggi cosmici insieme a Cecil Powell, direttore del Wills Physics Laboratory di Bristol, e al mio allievo brasiliano Cesar Lattes. Non usiamo più camere a nebbia ma particolari emulsioni fotografiche, con una nuova tecnica di mia invenzione, che dà risultati eccezionali. Scopriamo così il mesone Pi o pione, un’altra particella elementare, ipotizzata nel 1935.

Nel 1950 anche Powell vince il Nobel per la fisica. Questa volta la delusione è grande. Anche Powell proporrà di premiarmi, in una lettera a Wolfgang Pauli, che sarà d’accordo con lui, ma nemmeno loro verranno ascoltati. Bruno Pontecorvo dirà che c’è un metodo infallibile per vincere il Nobel: lavorare con me.

Dopo Bristol, lavoro a Bruxelles, Genova e Milano. In questo periodo a Milano gli specialisti che analizzano le emulsioni nucleari classificano la difficoltà di interpretazione in quattro livelli: “normale”, “lo sa solo Dio”, “lo sa solo il Diavolo” e la più alta di tutte, “lo sa solo Beppo”.

Dopo il lancio del primo satellite artificiale nel 1957 decido di cambiare i miei interessi. Divento uno dei fondatori della fisica spaziale europea e sono tra i promotori di quella che più tardi diventerà l’ESA e poi dell’Agenzia Spaziale Italiana. Tra i miei studenti ci sono Riccardo Giacconi, che vincerà anche lui il premio Nobel, e Giovanni Bignami, futuro presidente dell’ASI.

Muoio nel 1993, poco tempo dopo Rossi e Pontecorvo. Si chiude simbolicamente un’epoca.

Nel 1996 viene lanciato un satellite italiano che prende il mio nome, Beppo-SAX: sarà determinante per risolvere il mistero dell’origine dei lampi gamma e anche grazie ai suoi risultati Giacconi vincerà il premio Nobel.

Non so perché mi sia stato negato il riconoscimento. Qualcuno dice che ci fossero motivazioni politiche. Mi rimane la stima e la riconoscenza dei miei tanti allievi e amici. Alla mia morte l’architetto Giancarlo De Carlo dirà di me: «Costruiva estesi reticoli di idee e di immagini, dove attirava i suoi interlocutori e non dava loro tregua finchè non erano costretti a esprimere il meglio che avevano.»

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