Un bel saggio su Franz Joseph Haydn

di Fabio Libero Grassi

Federico Gon, “Costretto ad essere originale”. Studi su Joseph Haydn, Roma, Istituto Italiano per la Storia della Musica, 2023, pp. 183.

Quando la filologia porta a vere scoperte, a vere illuminazioni, a una più profonda comprensione di un “oggetto”, sia esso un fatto storico, un testo, un’opera d’arte, è un giorno di vittoria per la cultura umana, con relativo fremito di piacere per chi la produce e per chi l’assapora. Questo dotto libro in alcune sue sezioni produce esattamente questa sensazione; e in tutte, seria documentazione. Inoltre, è scritto molto bene. Certamente, non è un libro per tutti. Per la sua piena intellezione, infatti, richiede sia competenza tecnica sia competenza storico-biografica. Soprattutto, riguarda un compositore che ormai anche in Italia ha raggiunto una certa popolarità, ma che difficilmente suscita travolgente dedizione. Anche per colpa delle pessime, sciagurate, pagine della “Breve storia della musica” del Mila, che devono avere traviato generazioni di musicisti e lettori, in Italia l’approccio al grande compositore austriaco continua ad essere, con qualche eccezione, ancorato all’immagine di maestro, peraltro largamente superato, di Mozart e Beethoven. Ma non credo che questa limitativa visione sia scomparsa altrove; cosicché il 90% delle esecuzioni, soprattutto nel campo sinfonico, continua ad essere vergognosamente superficiale. Quasi venticinque anni fa scrissi che in realtà per gli altri due della grande triade “classica” Haydn era sì stato il punto di partenza di tutti i manualetti ma anche e soprattutto un punto di arrivo. Torneremo su questo punto.
Il primo studio verte sul famoso Volkslied composto da Haydn in onore dell’imperatore asburgico Francesco (la cui melodia servì poi da tema con variazioni per il quartetto op. 76 n. 3 ed è tuttora quello della Germania). Ne indaga attentamente tutta una serie di componenti, tra cui quello simbolico-figurale. Il secondo evidenzia l’importanza del valente violinista Luigi Tomasini nel far conoscere a Haydn tecniche e soluzioni proprie della grande tradizione violinistica italiana. Con ciò, ci riporta a un mondo dove le conoscenze viaggiavano come patrimonio di singoli esseri umani e le relazioni personali potevano avere un ruolo decisivo nell’allargarsi delle opzioni artistiche. Il terzo indaga una strana “mini-opera” del grande compositore austriaco, l’“azione teatrale” intitolata “L’isola disabitata”, sostenendo con solidi argomenti che essa fu anche una specie di criptica messa in scena dello sbocciare dell’amore adulterino tra Haydn e la (mediocre) cantante Luigia Polzelli, non senza (se si accetta la tesi) un beffardo accenno alle corna del marito; e così, tra l’altro, da una succosa nota ho imparato da dove viene questo tradizionale accostamento tra le corna e il tradimento coniugale.
Il quarto e il quinto studio sono a mio avviso i più belli e importanti di tutti. Il quarto sostiene, di nuovo con plausibili argomenti, che fu molto probabilmente la sinfonia n. 15, con le sue inconsuete caratteristiche, a colpire il principe Paul Esterhazy e a indurlo a ingaggiare il giovane Haydn quando il conte Morzin, per sopraggiunte ristrettezze finanziarie, dovette sciogliere la propria orchestra. Il quinto si incentra sulla ben più famosa sinfonia “militare”, la n. 100. Gon ci fa capire quanti precisi riferimenti e “messaggi” ci sono in questo capolavoro. Dobbiamo solo dissentire sulla tesi che gli strumenti “alla turca” siano un ricordo di antiche glorie dell’Impero Asburgico, in particolare della celebre vittoria del 1683. In realtà in quel 1794 in cui la sinfonia fu composta c’era l’assai più fresco ricordo della guerra turco-austriaca del 1788-1791. Quelli per noi sono gli anni della genesi e dello scoppio della rivoluzione francese e nelle storie generali a quel conflitto è dedicato solo uno svogliato accenno, ma per i contemporanei, e soprattutto per i sudditi del Sacro Romano Imperatore, quella era stata una guerra importante, lunga e dura, che per Vienna si era conclusa con modestissime acquisizioni territoriali e un enorme passivo economico. Fu quindi una guerra che ebbe il suo notevole peso nell’atteggiamento irresoluto che l’Impero Asburgico inizialmente ebbe nei confronti della Francia rivoluzionaria (si aggiungano la morte di Giuseppe II e la brevità del regno di Leopoldo II, con la conseguente discontinuità di governo). Seguendo e integrando le illuminanti analisi di Gon, si può dunque sostenere che il messaggio agli inglesi dei celebri passaggi del secondo e quarto movimento della sinfonia “militare” fosse un messaggio apologetico: voi probabilmente pensate che nel 1790-91 potevamo fare molto di più per soccorrere la famiglia di Francia, ma ricordatevi che avevamo anche noi gran brutte gatte da pelare!
Un po’ meno, devo dire, mi convincono i due saggi successivi, pur sempre pregevoli. Quello sui quartetti op. 76 interpreta come “ritorno al passato” quello che è un modernissimo “recupero” di stilemi preclassici. Inoltre sembra accettare, in un sia pur breve cenno, la tradizionale opinione che vede nell’op. 33 una “maturazione” rispetto all’op. 20. A mio modesto avviso, nell’op. 33 non c’è nulla che si possa definire più “maturo” o “avanzato” dell’op. 20. L’op. 33 è un ricominciare da zero dopo la straordinaria op. 20, perché per andare avanti sulla strada dell’op. 20, con la sua tensione, la sua profondità e la sua densità, Haydn avrebbe dovuto scrivere… l’op. 59 di Beethoven (un passo ancora, l’ultimo, in quella direzione, lo attuerà con il quartetto op. 50 n. 4). Per restare al genio di Bonn, lo studio successivo ha per tema la “presenza” di Haydn nelle sue nove sinfonie. Orbene, non è vero che non ci sia nulla di Haydn, o perlomeno che non faccia pensare a Haydn, nell’“Eroica”: come scrissi a suo tempo, quando la sentii per la prima volta in scienza e coscienza notai immediatamente, nella sezione centrale della marcia funebre, la stessa organizzazione della sezione centrale del secondo movimento della sinfonia n. 96 del maestro di Rohrau, ovviamente con dimensioni ingigantite; per non parlare dell’“anticipazione” da parte del corno della ripresa del primo movimento, già nella sinfonia n. 6. Più in generale, trovo che sia rischioso definire senz’altro come “derivanti da Haydn” alcune figurazioni e soluzioni melodiche o armoniche che appartenevano al linguaggio comune dell’epoca. Inoltre, sulla questione dei rapporti personali tra i due compositori, mi stupisce l’assenza di riferimenti a un serio e utile saggio del Webster, pubblicato anche in italiano in una silloge curata da Pestelli. Ma soprattutto, a mio avviso, Gon manca il bersaglio perché, affannandosi sulle sinfonie e su singole vere o presunte “citazioni”, sembra non essersi accorto di quanto Haydn, soprattutto dell’op. 77 e dell’op. 103 (si pensi per esempio alla vitrea, astratta staticità, all’aria rarefatta dei primi due movimenti dell’op. 77 n. 1) ci sia, spiritualmente, concettualmente, negli ultimi quartetti di Beethoven (come del resto negli ultimi di Mozart, ben più haydniani di quelli dedicati a Haydn – e infatti non amati dai mozartiani ferventi).
Il saggio successivo, che irrobustisce la nostra conoscenza e consapevolezza dell’importanza che Haydn ebbe per Rossini, e il saggio finale, che esplora le tracce di residua e tenace stima nei confronti di Haydn da parte della “generazione romantica”, concludono questo bellissimo libro, che merita di essere conosciuto anche all’estero dagli studiosi e dagli appassionati.

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