Trieste italiana
di Mauro Caporossi
1953 – 1954: QUANDO L’ITALIA E LA JUGOSLAVIA FURONO A UN PASSO DALLA GUERRA.
Tra l’estate del 1953 e l’autunno del 1954, Italia e Jugoslavia furono probabilmente più vicine alla guerra di quanto oggi si ricordi.
Dopo la caduta del governo De Gasperi, il presidente del Consiglio Giuseppe Pella adottò una linea di assoluta fermezza sulla questione di Trieste. Le continue rivendicazioni del maresciallo Tito sull’intero Territorio Libero di Trieste e la mobilitazione delle truppe jugoslave lungo il confine orientale spinsero Roma a reagire.
Lo Stato Maggiore italiano dispose il trasferimento verso la Venezia Giulia di reparti scelti, tra cui i Lancieri di Novara, il Genova Cavalleria e unità della Divisione Mantova. Furono mobilitati bersaglieri, paracadutisti, reparti corazzati e artiglieria. Anche l’Aeronautica Militare fu posta in stato di allerta, mentre iniziava la transizione verso i moderni cacciabombardieri F-84G Thunderjet di fornitura americana.
A prima vista, l’Italia sembrava godere di una netta superiorità tecnologica. I nuovi M47 Patton, l’aviazione a reazione e l’equipaggiamento fornito dagli Stati Uniti rappresentavano un vantaggio significativo rispetto alle forze jugoslave.
La realtà era però più complessa.
L’esercito di Tito disponeva di un patrimonio che non poteva essere misurato soltanto con carri armati e aerei: l’esperienza maturata nella guerra partigiana. La Jugoslavia aveva costruito la propria dottrina militare sulla difesa territoriale, sul logoramento dell’avversario e sulla capacità di trasformare il terreno in un’arma. Il Carso e le regioni montuose della frontiera orientale avrebbero ridotto gran parte dei vantaggi italiani.
Per questo motivo una guerra non sarebbe stata né rapida né indolore. L’Italia possedeva mezzi migliori; la Jugoslavia disponeva di uomini abituati a combattere in condizioni difficili e di una strategia fondata sulla resistenza prolungata.
Occorre inoltre ridimensionare alcune narrazioni consolidate. La resistenza jugoslava ebbe certamente un ruolo importante durante la Seconda guerra mondiale, ma l’idea che la Jugoslavia si sia liberata completamente da sola è una semplificazione propagandistica. Il collasso del Terzo Reich fu determinato soprattutto dall’avanzata dell’Armata Rossa e degli Alleati occidentali. Analogamente, in Italia la liberazione del Nord fu il risultato della vittoria militare alleata, pur con il contributo fondamentale della Resistenza nelle operazioni di sabotaggio e nel controllo del territorio.
Va inoltre ricordato che dopo l’8 settembre 1943 i partigiani di Tito beneficiarono enormemente del crollo del dispositivo militare italiano nei Balcani, impossessandosi di grandi quantità di armamenti e materiali che contribuirono alla crescita dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Nel 1954, tuttavia, il problema principale non era militare ma geopolitico.
L’Italia apparteneva alla NATO, ma anche la Jugoslavia rivestiva un’importanza strategica fondamentale per gli Stati Uniti dopo la rottura tra Tito e Stalin del 1948. Washington considerava Belgrado una preziosa barriera contro l’espansione sovietica nei Balcani. Per questo motivo gli americani non avrebbero mai consentito che due Paesi da loro sostenuti precipitassero in una guerra aperta.
Non credo che Giuseppe Pella desiderasse realmente il conflitto. La sua fu piuttosto una dimostrazione di forza destinata a spezzare uno stallo diplomatico che rischiava di penalizzare l’Italia. Molti italiani percepivano il Governo Militare Alleato come ambiguo e incapace di garantire le aspirazioni della popolazione triestina. Dopo il dramma dell’Istria e della Dalmazia, il timore di un nuovo esodo era concreto.
La mobilitazione italiana servì dunque a lanciare un messaggio tanto a Tito quanto agli Alleati: Trieste non poteva essere sacrificata in nome degli equilibri della Guerra Fredda.
La crisi si concluse il 5 ottobre 1954 con il Memorandum di Londra. La Zona A passò all’amministrazione civile italiana, mentre la Zona B rimase sotto amministrazione jugoslava. Il 26 ottobre 1954 i reparti italiani entrarono ufficialmente a Trieste, ponendo fine a nove anni di amministrazione alleata.
Trieste non tornò all’Italia per una concessione generosa delle grandi potenze. Tornò all’Italia perché la diplomazia fu sostenuta da una credibile volontà politica e militare. Pella comprese che, in certi momenti della storia, la forza non serve necessariamente a fare la guerra: serve a impedirla.
