Tinto Brass in chiave lacaniana

di Armando Pepe

Intenso e ben scritto, Brass fa un’autobiografia in chiave psicanalitica.

Incompreso dalla famiglia , bastian contrario per vocazione, anarchico per antonomasia. Senza ombra di dubbio ha avuto una formazione culturale di prim’ordine, delegato da Henri Langlois a compiti non marginali mentre da giovane lavorava alla Cinèmateque a Parigi .

Cultore del cinema a tutto tondo, riporta non solo tra le righe una duratura incomprensione tra lui e i critici. Non si può disconoscere il fatto che tra gli anni Sessanta e Settanta sia stato uno dei registi più audaci e innovativi ; quello è il periodo che ricorda con maggiore entusiasmo, racchiuso nei tre quarti del libro. Evidentemente in questo gioco lacaniano lui stesso la considera come la parte più interessante della propria vita artistica , quella in cui ha dato di più .

Ci sono parole di sincera commozione mentre ricorda la lunga amicizia con Vincenzo Maria Siniscalchi, il famoso avvocato napoletano che lo ha difeso in tutte le cause che dei pubblici ministeri bacchettoni avevano promosso contro di lui per oltraggio al pudore, quando nella prima repubblica i politici rubavano a mani basse.

Poi però sembra che il gioco si sia rotto e Brass abbia fatto film più spinti perché avesse in quel campo trovato terreno fertile, pur non credendoci fino in fondo neanche lui.

Un uomo dimidiato, non amato, a quanto racconta , dal padre e dalla madre, dunque dai critici e, in fin dei conti, dagli stessi veneziani.

Si apprezza nella narrazione comunque quella vena di disincanto , la guizzante ironia di un genio che avrebbe dovuto e potuto fare di più . Ha lavorato con attori di notevole caratura, come Gigi Proietti, Giancarlo Giannini , Helen Mirren, Vanessa Redgrave. Ha lanciato , in ogni senso, Debora Caprioglio e Claudia Koll. Quest’ultima lo ha rinnegato per darsi alla santità , ma Brass racconta poco di queste vicende nell’economia complessiva del libro .

Ci sono tuttavia pagine di sincera ammirazione per Roberto Rossellini e Jean Renoir, che lui a ragione considera quali propri maestri. Però tra le righe emerge che a volte più che vivere si sia lasciato vivere , che abbia allungato le mani più per provocazione che per altro. La provocazione, si sa, è ad ogni buon conto, un’arma a doppio taglio. Può anche nuocere se non è supportata da qualcosa di concreto da dire, da un empito di vitalità.

Ricorda con trasporto di quando lavorava con la Redgrave alla realizzazione del film “la vacanza” , un capolavoro nel suo genere, incentrato sulla libertà sessuale di quelli che la società considerava squilibrati , rinchiudendoli nei manicomi, mettendo sotto al tappeto i propri sensi di colpa. Una società sessuofobica. È stato il Basaglia del cinema.

D’altronde l’insistenza sul buco della serratura, per non dire altro, è più un’ossessione disperata che una sensualità ritrovata. Considerato che da come scrive è un intellettuale vero, certamente più in gamba dei critici che hanno recensito i suoi film, ci si sarebbe aspettati di più . Però lui non ha rimpianti , ha vissuto come voleva vivere , aborrendo “gli sciaquapalle del potere”, secondo una sua felice definizione.

In fin dei conti è una lettura piacevole e, a suo modo, istruttiva . Pur pubblicati dalla stessa casa editrice, la Marsilio, il suo libro si pone , di almeno una spanna , al di sopra del libro di Renzi.

Tinto Brass, un uomo libero

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