SULL’ATTUALE CRITICA LETTERARIA

di Gian Ruggero Manzoni

Da circa cinque ore, per curiosità mia, mi sto aggirando per il web leggendo recensioni-critiche a questo o quel libro di narrativa italiana (no di poesia, ma di narrativa). A parte chi chiama recensione o critica il riassunto del testo (il segmento più nutrito di chi si spaccia quale critico letterario), aggiungendo giusto due frasi sue al tutto, di solito suggerite da umori del momento oppure dal piacere o no di aver letto (o anche non letto, se non una pagina qui e là) detto libro, a parte chi recensisce a pagamento (cioè per mestiere) o quale scambio di favore (segmento molto caro agli editori major) e dice che anche le tartarughe possono arrivare, correndo, ai 140 km all’ora (di velocità) anche su terreno accidentato, esiste un terzo segmento (il più ridicolo e misero) che usa la recensione, o nota critica che sia, per dare sfogo o alla propria invidia, o alla propria acidità, o alla propria frustrazione, oppure buttando il tutto sul personale, cioè sull’odio che si ha nei confronti di questo o quell’autore o autrice, falsando, in tal modo, il suo approccio analitico in toto, e scivolando nella solita “umanità grondante fiele” per un motivo o per un altro … che va dallo schieramento politico dell’autore preso in considerazione, dall’essere, il critico o la critica, brutto o brutta fisicamente, dalla “sfiga” esistenziale da cui si è accompagnati, dal sentirsi messi da parte dal mondano (sebbene le infinite doti che il loro delirante IO si attribuisce), e via così, il più delle volte inventandosi “investigatori dell’altrui talento”, o “inettitudine” che sia, dando prova, unicamente, della propria incapacità di avere bene inteso (quali avvelenati Arbasini di provincia) ciò che hanno letto o il perché di un dato libro, o il perché quel dato autore o autrice l’abbia scritto, e quando, e dove. Quindi esiste un quarto segmento, negli ultimi 40anni oltremodo assottigliatosi, composto da una piccolissima pattuglia di gente col naso ancora oltremodo fine che invece ha (rivela) dell’acume, cioè che scrive di narrativa o romanzo che sia ben conoscendo la storia della letteratura e il chi sia (il cosa abbia fatto e scritto in precedenza) l’autore, così che prende in considerazione quel suo libro coi giusti elementi nello zaino al fine di poter dire in bene o in male dello stesso. In altre parole, in modo da intenderci ancora meglio: sono rimasti pochissimi coloro che nel vero si intendono di letteratura, preferendo fare, in un modo o in un altro, del gossip, del sarcasmo, del cinismo di bassa lega, oppure facendo gli altoparlanti promozionali di questa o quella casa editrice di potere. MORALE DELLA FAVOLA: che la fragilità della narrativa italiana (in genere) sia dovuta non solo alla fragilità degli autori ma anche alla mancanza, da anni e anni, di penne critiche nel vero autorevoli, atte a fare una giusta selezione basandosi sul testo e sul conoscere di persona l’autore, cenando o pranzando con lui, quindi testandolo anche dal vivo … anche di persona ? Io credo di sì … infatti oltre, e lo ripeto, al non avere autori e autrici di sommo spessore, non abbiamo neppure una critica di valore, così che il tutto torna … così che i tanti quesiti sul perché non si leggono più romanzi (se non le solite quattro trovatine da lacrimuccia e da “volemose bene”) e sul perché la crisi dilagante, in tale settore, seppure i tanti premi e festival pilotati, abbiano una ulteriore valida risposta. Non parlo di poesia perché oltre ad avere un naso finissimo necessita, per fare critica sulla stessa, un bagaglio culturale enorme, idem una conoscenza della materia cosmica, cosa che il giudicare il narrare o lo scrivere romanzi richiede (almeno per me) quel tanto in meno.

E con ciò buona serata amiche e amici !!! 🙏🌹

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