Sulla costa toscana

di Curzio Vivarelli

Ultime ore. Il mattino mi presi un’acquata facendo un giro per le vie. Non avevo il parapioggia. Di pomeriggio invece tornò aria calda dal mare e tempo variabile ma senza pioggia

Passando e ripassando guardai dove potevo incontrare i fantasmi di qui.

Girai per le stradine ordinate colle casette e provai ad immaginare. Casette tutte rifatte ma credo per buona parte già esistenti nel 1935. Inutile qui cercare vestigia del Littorio: ci vorrebbe un lanternino. E pure per trovare vestigia del monumentalismo architettonico: il fondo dei pensieri qui sfocia in una autarchia religiosa e filosofica come ho già detto. È il magistero che han dato Ceccardo Roccatagliata Ceccardo ed Enrico Pea i quali seguirono a distanza con qualche esagerazione provinciale l’insegnamento molto composto del Carducci.

Provai ad immaginare. Ero davanti alla chiesa parrocchiale qui consacrata ad un santo (o ad un dio) molto enigmatico: Sant’Ermete.

Che sia qui che la madre portò il neonato Angiolino Navari a immergersi nell’acqua santa? Lo credo per certo: la chiesa oggi inbisantinita da alcune lunette a fondo oro colle figure rosse e blu era già costruita nei primi anni dieci: di fronte ad essa sulla stretta via passavano i binari della tranvia a vapore che ha dato il titolo ad un’opera di Pea: “il trenino dei sassi” poiché portava i blocchi di marmo dall’Alpe, partendo da “Culaccio di Arni” per giungere al capolinea sul pontile!

Ancora nel 1928 la facciata della chiesa viene dipinta da Carlo Carrà in un bellissimo paesaggio: si vede il campanile uguale a come è oggi, e si vede la facciata bruna a mattoni. Sembra una chiesa che vuol imitare i capanni che qui popolano la pianura tra Alpe e marina: nessuna decorazione, a malapena si intravvede la croce in capo al frontone.

A casa, con la piuma d’oca (ovvero di gabbiano) e l’inchiostro ho estratto dal quadro di Carrà un bozzetto che vado presto a illuminare coi pastelli ad olio nel mio stile. Stile che si è fatto assai rubesto su questa pianura anarchica: aspro ed essenziale.

I fantasmi di qui: non molto quei vacui e tragici fantasmi dell’Edda e di Galeazzo, piuttosto Curzio Malaparte nella sua scontrosa e generosa pietà per gli animali (che vuol nascondere quella poco meritata dagli animali a due gambe); poco poco il filosofo dello “stato etico”, coraggioso ma disattento nel consegnare a chi non si fa scrupoli eccessivi una dottrina che sublima lo “Stato” ad una astrazione che somiglia troppo ad un incubo da demone di Dostojewskji.

Caso mai sento affini i fantasmi di Soffici, di Carena, di Carrà. E mi duole il cuore ripensando all’eroe carrista Angiolino Navari, il fantasma glorioso.

Nulla dies sine linea

Non fo passar dì senza scriver o disegnare:

era il motto dell’Ardengo ripreso poi dal suo brillante alunno Sigfrido Bartolini.

A modo mio lo ripiglio anch’io. A sera infatti, dopo l’acquata che mi aveva fatto una doccia di acqua vegeto-minerale piovana, dopo una lunga doccia bollente per riscaldarmi mi mettevo al tavolino e con la piuma fra una sbavatura e l’altra facevo tre bozzetti. Uno appunto ispirato all’Ardengo e ai suoi quadri coi capannini e gli arbusti sull’arenile…

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