STORIE DI PATRIARCATO

di Peter Freeman 

Giulia Mastrogiovanni Tasca Filangieri (1868-1911), figlia di Lucio, principe di Cutò (e zio di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) andò in sposa nell’anno 1895 a Romualdo Trigona di Napoli (1870-1929), conte dei Principi di Sant’Elia, di antichissima stirpe nobiliare siciliana. I due si erano conosciuti a un ricevimento a Villa Igiea, residenza dei Florio, del cui salotto la giovane Giulia era una ammirata presenza per la grazia e lo stile.

Il conte Romualdo era inoltre discendente di un altro Romualdo Trigona di Sant’Elia (1809-1877), dirigente di una loggia massonica palermitana, capo del partito filo-governativo, che nell’anno 1861 era stato nominato senatore del Regno. Il nome dell’illustre zio era peraltro emerso, nel 1862, durante le indagini sui “pugnalatori di Palermo”: uno degli arrestati lo indicò quale mandante. Le indagini preferirono però indirizzarsi su Francesco Starrabba, principe di Giardinelli, esponente del partito d’azione filo-mazziniano, schierato all’opposizione, che fu poi prosciolto da ogni accusa.

La giovane coppia, Romualdo e Giulia, furono nominati gentiluomo e dama d’onore della principessa Elena di Montenegro, poi regina consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia.

Il matrimonio di Romualdo e Giulia, nonostante la nascita di due figli, non ebbe vita felice. Giulia si ammalò e fu una malattia segnata da una lunga convalescenza; Romualdo non trovò di meglio che intrecciare una relazione con un’attrice della compagnia di Edoardo Scarpetta. Giulia lo venne a scoprire. Delusa e certamente risentita, incominciò così una relazione con un tenente dei cavalleggeri, il barone Vincenzo Paternò del Cugno, di dodici anni più giovane di lei. Paternò apparteneva a una famiglia di nobili decaduti, proprietari di una zolfatara, e godeva di pessima reputazione: donnaiolo, dedito al gioco, pieno di debiti, uso sfruttare le sue amanti per farsi elargire denaro.

La relazione tra Giulia e Vincenzo Paternò divenne in breve tempo di pubblico dominio e oggetto di scandalo. Giulia fu allontanata dalla corte reale e cacciata dal marito Romualdo. Vincenzo aveva una personalità violenta che spesso manifestava con scenate di gelosia; e la relazione con Giulia andò presto in crisi anche per le di lui continue richieste di denaro. Il 2 marzo 1911 i due si diedero appuntamento a Roma, in un albergo adiacente la stazione Termini. Lei voleva troncare, farsi restituire la corrispondenza, lui aveva altro in mente. Quello che doveva essere un “ultimo incontro” si risolse in tragedia. Lui le tagliò la gola con un coltello da caccia, poi si sparò alla testa. Il femminicida però non morì: fu salvato, condannato all’ergastolo, poi graziato nel 1942 dal Re su intercessione di Mussolini.

Il conte Romualdo, grazie alle buone relazioni con i Florio e l’appoggio dei circoli massonici, fu sindaco di Palermo nel 1909. Tutta la corrispondenza intrattenuta da Giulia con il suo assassino e rinvenuta sulla scena del delitto, fu passata al vaglio dal Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti.

Nel 1978 la RAI produsse uno sceneggiato televisivo, “Il delitto Paternò”: Delia Boccardo interpretava Giulia, Lino Capolicchio il suo assassino, Vincenzo.

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