Storie di fuoco raccontate da Paolo Macry

di Armando Pepe

Recensione al libro di Paolo Macry «Storie di fuoco. Patrioti, militanti, terroristi», Il Mulino, Bologna 2021, pagine 272, euro 15, 20.  

«Vite di avventure, di fede, di passione» è il titolo di un libro che Benedetto Croce scrisse tanti anni fa. La passione, in fin dei conti, è uno dei volani della storia, che si dipana per vie complesse e non per una mera logica binaria. Paolo Macry, facendo buon uso della memorialistica, ricostruisce biografie di personaggi attualmente poco considerati. Uno scavo, oltre che storico, anche, forse soprattutto, psicanalitico, di profonda indagine interiore. Da una lettura non cursoria, ma attentamente proiettata sul contenuto, emergono personaggi narrati e analizzati nella loro intima essenza.

È lo stesso Autore, nell’incipit, a ricordare che «Oggi la politica sembra avere smarrito il corpo. Appaiono in crisi nelle democrazie liberali i grandi partiti, le gloriose sezioni sono vuote, gli iscritti ridotti all’osso, non esistono più comizi, assemblee, feste di popolo. Forse non esisteranno più neanche i volti degli elettori, se mai dovessero concretizzarsi le urne telematiche». Il corpo in effetti rappresenta la principale metafora del libro, anche perché alcuni protagonisti, sapientemente tratteggiati, come Santorre di Santarosa, offrirono il proprio corpo per l’altrui libertà, altri, invece, più truci, come Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, privarono dei corpi i loro avversari politici.

Paolo Macry sottolinea il carattere di ciascun personaggio, mettendone in risalto le virtù, le idealità e le debolezze; fa questo scarnificando il carattere di ciascun protagonista, privandolo di qualsiasi ornamento esteriore, trovando informazioni su internet, nei diari, nella stampa coeva, nei ricordi raccolti in volume, perché un vero storico, pur scrivendo un libro in piena pandemia, sa reperire le fonti anche al di fuori degli archivi. L’Autore lo esplicita, ne rende edotti i lettori, offre a chiunque le coordinate del proprio lavoro.

Evidentemente gli accostamenti eroi/terroristi non sono casuali ma voluti e rispondono alla fondamentale esigenza di sapere perché una vita sia andata in un determinato modo, piuttosto che in un altro. Si cerca di comprendere l’eterogenesi dei fini.

Quali erano i grandi ideali che mossero il mondo romantico, l’epoca di Santorre di Santarosa e di Lord Byron? Un solo grande ideale, la liberazione dei popoli oppressi, calpesti e derisi.

«Le libertà, tuttavia, avanzavano lentamente, rimanevano promesse mortificate, diventavano perciò terreno di scontro culturale, di lotta politica. E loro, gli eroi romantici, decisero di scendere in campo, combattendo a mano armata, non esitando a sconvolgere la propria esistenza. Vollero testimoniare il valore universale di quelle aspirazioni, costasse quel che costasse, e fecero scelte temerarie, spesso in solitudine, rompendo la routine e i valori comuni, mettendo in gioco la vita».

È patentemente una prosa accorata, con la quale l’Autore partecipa delle emozioni dei soggetti indagati, facendone rivivere speranze e frustrazioni, gioie e delusioni. Si attraversano luoghi e tempi distanti, eppure accomunati da un unico ardore, dal trasporto verso una meta, in cui sono messe al bando l’apatia e l’indifferenza.

Si corre precipitosamente verso i punti nodali di ogni era, dal Risorgimento dei martiri di Belfiore al primo conflitto mondiale, laddove la deliberata scelta di campo dei soldati irredenti, Scipio Slataper e Carlo Stuparich, fu pagata al costo della vita; quando altrettanto deliberatamente agì Wittgenstein, arruolandosi nell’esercito austro-ungarico.

Nell’Italia dimidiata della seconda guerra mondiale, argomento tutt’oggi divisivo, alcuni come Roberto Vivarelli e Carlo Mazzantini, “andando incontro alla bella morte”, scelsero la Repubblica sociale italiana, come d’altronde fecero Dario Fo, Walter Chiari e Raimondo Vianello; altri invece, aprendo gli occhi e percependo in modo lampante l’orlo del baratro verso cui il fascismo aveva condotto la nazione, divennero partigiani andando in montagna.

Verrebbe da dire che posti di fronte ad una scelta di fondo, prendendo una decisione, molti necessariamente ruppero i ponti con il passato. È quello che hanno fatto gli uomini e le donne delle Brigate Rosse, inappagati nelle loro aspirazioni, che, martirizzandolo, trasformarono, suo malgrado, Aldo Moro in un’icona. Scaturisce anche questo dalle pagine scritte da Macry, ovvero quel senso di insoddisfazione generazionale di alcuni che, prendendo le armi e facendo fuoco, resero eroi uomini che facevano soltanto il proprio dovere, come il magistrato Francesco Coco, il quale era ritenuto «colpevole di non aver rispettato i patti per i quali era stato rilasciato Sossi». Come se lo Stato potesse scendere a patti con dei delinquenti.

Dal terrorismo rosso si passa a narrare quello nero, di quando i fratelli Giusva e Cristiano Fioravanti nel febbraio 1978 si aggiravano per le strade di Roma «col proposito di vendicare i morti di Acca Larentia». Furono i prodromi di una escalation criminale sfociata nel proprio e nell’altrui sangue. Appare invero esigua la giustificazione di Francesca Mambro, quando afferma che fece la propria opzione allorché  le spirò tra le braccia un compagno di lotta; sembra una scusa postuma per trovare un alibi alle velleità distruttrici covate in seno.

Paolo Macry, opportunamente, come sa fare bene, gioca di contrasti, opponendo il bianco al nero e il bene al male, lasciando che siano i fatti a parlare ed il lettore a decidere sulle condotte di vita non casuali ma convintamente perseguite, senza mai fermarsi, fino in fondo, in modo escatologico.

Teneramente l’Autore rimanda nel capitolo finale ai ricordi vergati dal padre durante l’ultimo evento bellico, quando le speranze di un futuro migliore vinsero un immediato senso di generale disperazione.

 

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