Storia, a puntate, delle elezioni presidenziali (1)

di Federico Smidile


Prima parte: 1948-1962: Einaudi, Gronchi, Segni.

L’autocandidatura di Berlusconi fa tremare molti per il potere di “seduzione” che l’ex Cav. potrebbe avere nei confronti di “peones” disposti a votarlo in cambio di qualcosa di prezioso (ricandidatura? Lavoro?).

Sarebbe il primo caso di Presidente eletto non potendo contare in partenza almeno sulla maggioranza assoluta dei grandi elettori. Di solito il voto segreto favorisce l’abbattimento del designato ma non è mai capitato il contrario. E sarebbe molto grave dato che si avrebbe un Presidente dichiaratamente avversato da una parte politica, in una fase critica e che vede un Governo di larghe, sofferte, intese.


Non che le cose siano mai state facili in passato. I numeri e la memoria aiutano (per approfondire ci sono tantissimi libri che possono essere trovati e letti). Facciamo un po’ di storia a puntate…


Nel 1948, subito dopo il trionfo elettorale della DC del 18 aprile che aveva dato allo Scudo crociato la maggioranza assoluta dei seggi nelle due Camere, maggioranza rafforzata dall’inclusione dei “laici” (liberali, socialdemocratici e repubblicani) nella formula Centrista, il candidato del Governo, l’autorevole Ministro (monarchico) Luigi Einaudi ottiene al 4° scrutinio 518 voti (maggioranza assoluta 451) mentre un altro grande Monarchico come Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dalle sinistre, arriva a 320. C’è dunque un confronto molto forte tra gli opposti schieramenti esacerbati dallo scontro elettorale appena terminato (siamo a maggio).


Nel 1955 si torna a votare. È passata la bufera della “Legge truffa”, nessuno pensa alla rielezione di Einaudi (anche se alla fine il Presidente uscente riceverà 70 voti) e si vuole eleggere un democristiano. Si arriva ancora una volta al quarto scrutinio, ma stavolta il risultato è più ampio, essendo considerato Gronchi uomo di sinistra (DC ovviamente). Per questo il nuovo Presidente riceve 658 consensi, nei quali si contano anche quelli dei socialcomunisti, al momento ancora alleati. Certo, la storia è strana dato che nel 1960 Gronchi sarà il padrino del governo più a destra della nostra storia, quello di Tambroni, che sopravvive per alcuni mesi grazie solo ai voti del polo escluso, i fascisti (di norma quando un Governo otteneva la fiducia grazie a quei voti si dimetteva). La storia sa fare molta ironia.


Nel 1962 la politica è cambiata. I socialisti sono al Governo, con la formula del centro-sinistra che crea illusioni ed allarmi. Proprio per chetare le paure della destra DC (e della Chiesa e degli USA), Moro ottiene che venga eletto un altro DC, ex Presidente del Consiglio, e noto conservatore: Antonio Segni. Qui il confronto è aspro. Si arriva al quarto scrutinio e Segni ottiene solo 15 voti in più del quorum necessario: maggioranza assoluta 428, Segni 443. Il secondo votato, il leader socialdemocratico Saragat, raggiunge la ragguardevole cifra di 334 suffragi, segnalando una pericolosissima divisione che avrà i suoi effetti nell’azione, ambigua e pericolosa, dello stesso Segni contro il centro-sinistra. Nel 1964 si sentiranno tintinnar le sciabole e si arriverà allo scontro tra Moro, deciso a portare avanti il centro-sinistra (sia pure annacquato rispetto alle speranze) e Segni che, arriva a minacciare un governo militare (De Lorenzo). Si afferma che la tensione sarà talmente forte da portare Segni all’ictus che lo avrebbe costretto alle dimissioni pochi mesi dopo.

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