Serata di Natale rovinata da “La mano di Dio”

di Mario Scialoja


Ieri serata natalizia rallegrata dalla presenza di mia figlia che vive all’estero, ma poi triste perché un’amica, priva di Netflix, voleva vedere il film di Sorrentino.


Io, dopo il mio giudizio disastroso su La Grande Bellezza, non ci avrei pensato per niente, ma spinto da spirito natalizio sono stato buono.
Mal me ne incolse. Un film elementare, spesso noioso, pieno di urla per “fare Napoli”, ma privo di reale empatia.


Infarcito (come La Bellezza) di scene poetico-surreali stucchevoili, ispirate al più scadente fellinismo.
Non c’è niente da fare (ovviamente il mio giudizio è totalmente minoritario, vedi addirittura l’Oscar); questo è Sorrentino, autore dai tranelli elementari, smisuratamente sopravvalutato.


Basti, nel finale, la scena del monacello, nella stazione deserta, che sollevato il cappuccio si rivela un ridente bambino, per chiudere il discorso.

Sono film piacioni, disseminati di trappole “attrappe bourgeois” e “cousues de fil blanc”, come dicono i francesi. Anche la rilettura di Fellini (Dolce Vita per la Bellezza e Amarcord per la Mano) è superficiale e banale, quando non grossolana.

Ma evidentemenrte le trappole funzionano visto che hanno acchiappato anche l’Oscar.

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