Segnalazioni editoriali #1

di Gian Ruggero Manzoni

SEGNALAZIONI EDITORIALI – MOLTI I LIBRI E I CATALOGHI CHE MI GIUNGONO – SEMPRE UN SOMMO GRAZIE A COLORO CHE IN TUTTI QUESTI ANNI MI HANNO SPEDITO E ANCORA MI SPEDISCONO LE LORO OPERE OMAGGIANDOMI CON LE STESSE (EDITORI COMPRESI), OPPURE A COLORO CHE MI FANNO PREZIOSI REGALI …

  • IL LEVARSI DELLA LUNA e altre prose inedite di Gian Luigi Paganelli, a cura di Alessandro Ceni, Via del Vento Edizioni

Gian Luigi Paganelli nacque a Pistoia nel 1935. Era figlio unico di Libero Paganelli, impiegato delle Imposte, e Maria Zago – alla quale sarà sempre particolarmente legato – entrambi originari di Venezia nonché attori dilettanti. Dopo le scuole inferiori frequentò il Liceo Classico. Diplomatosi, si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia, che però non terminò. Il pittore Ardengo Soffici, riscontrando in lui grandi capacità e dialettica, gli donò una somma considerevole per sostenere gli studi universitari, denari che il Paganelli disperse in una notte di elargizioni a conoscenti e sconosciuti. Appassionato di filosofia e letteratura classica, frequentò il Cenacolo Domenicano di Pistoia e strinse amicizia con gli artisti cittadini più affermati. Nel ’58 la sua raccolta “Dieci liriche” venne inserita in una antologia. Associò alla sua attività di traduttore di Orazio e Pindaro, quella di saggista e conferenziere. Collaborò con la rivista «Belfagor» e con altre testate letterarie. Tra gli anni Sessanta e Settanta insegnò Italiano e Storia presso le scuole medie. Strinse amicizia con Piero Bigongiari, Guido Ceronetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Ungaretti, Milo De Angelis, Roberto Carifi. Negli anni Ottanta pubblicò racconti su riviste. Nel ’92 editò il poema “Fra le torri del tempo” con prefazione di Mario Luzi (Edizioni del Battello Ebbro) e nel 2002 la tragedia “Tommaso Becket” (Edizioni Brigata del Leoncino). La gran parte della sua produzione poetica, saggistica e narrativa, è rimasta inedita. Paganelli, che ha sempre teorizzato l’assoluta priorità dello stile sui contenuti, è morto nel 2018 a Pistoia, città che non ha mai abbandonato e dove ha vissuto con pochi mezzi, coltivando i suoi ideali di bellezza.
Così ha detto di questo libro l’amico Pasquale Di Palmo: “E’ sempre più raro che qualche editore illuminato riesca nell’intento di farci conoscere l’opera di autori che, per svariati motivi, non ebbero facoltà in vita di dispiegare esaurientemente la loro voce. Fabrizio Zollo, vulcanico factotum delle edizioni pistoiesi Via del Vento, ora ci propone una piccola ma significativa antologia di Gian Luigi Paganelli. […] Scriveva Mario Luzi nella prefazione di “Fra le torri del tempo”: «Molti luoghi del mito e tutti quelli della metafora sono evocati e mischiati per effetto del soffio, del flatus vorticoso, che anima e percorre questo rito celebrativo, mentre si attorce su se medesimo, simile in questo alle cerimonie orfiche dove l’assenza è regina». Sono considerazioni che si potrebbero attagliare anche al trittico di racconti proposti in questa pubblicazione, in virtù di quello sguardo obliquo che recupera (e concilia) la dimensione mitopoietica e maieutica, partendo da suggestioni inestricabilmente compromesse con la vita quotidiana e con la cronica «assenza» degli dèi”. Quale primo racconto ecco “Il levarsi della luna”… una vera e propria corsa macabra in cui i personaggi braccano una preda seminando, attorno a loro, uccisioni, sangue, distruzione. Quale seconda narrazione “Le carte da gioco”, che molto si avvicina al fare di Manganelli, in cui l’autore parla, appunto, di carte e di orologi contenuti in alcuni cassetti… oggetti che gli servono per raccontarsi e raccontare flash della sua infanzia. La terza narrazione, “Le cipolle rosse”, anch’essa vortica implacabile, rincorrendo ombre cupe di dramma e morte. Così ha scritto Alessandro Ceni nella postfazione al libro: “Paganelli muove scenari, quinte di paesaggi (splendidamente illustrati), nature (spesso occhiute, orecchiute), animali (un bestiario quasi sempre domestico, campestre, reso inquietante per maestria di incisione, di bulino, alla Dürer, per intenderci)”. Indubbiamente spiazzante la prosa di questo quasi sconosciuto autore pistoiese, ma di una ricchezza forbita, manierata, che lascia il lettore di stucco, almeno così, a me, è successo. Quindi da conoscere Paganelli, del quale si spera vengano editate anche altre opere.

  • MUSSOLINI LETTORE DI DANTE di Ivan Simonini, Edizioni del Girasole

Ivan Simonini, ravennate, ex docente, intellettuale di elevata cultura, incallito provocatore, ironico “istrione”, ha dato alle stampe non pochi libri, seguendo le orme del suo altrettanto illuminato padre, ma è da direttore delle Edizioni del Girasole che, a mio avviso, negli ultimi decenni, ci ha donato opere di estremo valore, in parte strutturate dalla sua mente quel tanto “diabolica”, e, in parte, frutto dei suoi continui studi, atti a cibare la sua proverbiale curiosità. Ivan Simonini, primo firmatario dell’Atto Costitutivo della Fondazione Flaminia che nell’autunno 1989 riportò a Ravenna l’Università avviando il decentramento dall’Alma Mater Studiorum bolognese con nuovi corsi di laurea in Scienze Ambientali e Beni Culturali, di suo ha tra l’altro pubblicato: “La basilica degli specchi. Ravenna e i ravennati nella letteratura universale” (1993), “Mille e una Eva. Dialogo di Aladino con il Genio e la Zingara” (2001), “Il soldino. Paradossi e profezie” (2005), “I mosaici ravennati nella Divina Commedia. Dagli ultimi canti del Paradiso ai primi dell’Inferno in 111 visioni” (2021, seconda edizione accresciuta), e che con Beatrice Buscaroli, Alberto Giorgio Cassani, Emanuela Fiori e Claudio Spadoni fa parte, come Presidente, del Comitato Scientifico del Salone dei Mosaici nella Casa del Mutilato di Piazza Kennedy, a Ravenna.
Così dalla stravagante presentazione di questo suo ultimo, esaltante, lavoro: “Lo sapevi che la Zona del Silenzio di Ravenna l’ha voluta Mussolini? Il culto del Fascismo, per Dante, era sincero o calcolato? Dante è stato una fortuna per il Fascismo? Defascistizzare Dante non assomiglia a denazificare l’Ucraina? Dante in politica era uno sconfitto o un preveggente? Cosa unisce l’antifascismo da cassetta e quello da scalata? Si può parlare di ‘neoantifascismo costituzionale’? Esiste davvero la parte giusta della storia? Necessita cercare in queste pagine le risposte a tali e ad altre domande, ovviamente sul Fascio, prepotente di luci lanciate dal Ventennio su Dante e la Divina Commedia, e così da cogliere ombre non meno illuminanti delle luci”. “Mussolini lettore di Dante” è un saggio di 240 pagine destinato agli amanti della storia applicata alla letteratura, ed è tutto un programma, volto a stupire il lettore. Oltre a Simonini e a me, anche altri hanno detto che l’uso e l’abuso di Dante durante il Ventennio colpisce ma non meraviglia, fino a giungere a Gennaro Sangiuliano, attuale Ministro della Cultura nel Governo Meloni, che, con parole mutuate da Domenico Venturini, fascista e storico, risalenti agli anni ’20, così ha detto: «So di fare un’affermazione molto forte. Ritengo che il fondatore del pensiero di destra in Italia sia stato Dante Alighieri, perché quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali che troviamo in lui, ma anche la sua costruzione politica in saggi diversi dalla Divina Commedia, è profondamente di destra». Inoltre nel libro di Simonini (che mi sono bevuto in meno di due giorni) viene totalmente rovesciata l’immagine di un Duce ignorante, goffo, autodidatta, maestrucolo, provincialotto, insensibile alle lettere, e ci viene presentato un fine giocatore (d’azzardo?) anche in campo culturale. Per Simonini il culto di Mussolini per Dante era sincero così come emerge, sempre dalle sue pagine, un’Italia intellettuale intrinsecamente cortigianesca, supina, opportunista e in mala fede (forse come oggi?). C’è un Ungaretti che domanda (e ottiene) una prefazione di Mussolini per la sua raccolta “Il porto sepolto”, o un Pirandello che, in un’intervista del 1923, sostiene di “essere come pochi in grado di comprendere la bellezza di questa continua creazione di realtà che Mussolini compie”. Nel settembre del 1924 (e siamo dopo il delitto Matteotti) Pirandello ribadirà la sua fede fascista e si iscriverà al partito come il “più umile e obbediente gregario”. L’anno seguente sarà ricompensato con 700.000 lire per il suo Teatro d’Arte di Roma. Poi tanti altri, tra cui anche Ezra Pound, e numerosissimi che resteranno a galla anche dopo il 25 aprile 1945, per lo più mutando casacca. Ah, dimenticavo, anche il 26enne Giorgio Caproni si votò alla linea del PNF esaltando, nel 1938 (dopo la proclamazione delle Leggi Razziali), l’oratoria del Duce scrivendo, sulla rivista “Augustea”, simil frasi: “Io penso con meraviglia al fatto che tanta potenza scaturisca da vocaboli puri, i vocaboli che tutti comprendono, ma che solo le grandi coscienze possono adoperare”… Caproni che, come non pochi, Napolitano fra questi (e ne potrei fare un elenco interminabile), poi si votò all’antifascismo. Quindi libro, questo di Ivan, interessantissimo, soprattutto per chi, cioè i più, non sa i trascorsi di certi famosi “culturali” italiani saliti alla ribalta in camicia nera, per poi mutarla o in bianca, o in rossa, oppure in verde. Libro da leggere, così da capire il chi siamo e cosa sia stata e cosa sia l’Italia, sia per chi l’ha governata, sia per chi la governa, sia per chi all’opposizione, e questo dal 1946 in poi.

  • IL PASTO DEL DIO di Martino Bosco, Fallone Editore

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali. “Il pasto del dio” è la sua opera prima.
Questa è una raccolta di racconti nella quale la narrazione dell’esperienza umana viene ridotta all’osso attraverso un processo di macellazione delle sequenze ordinarie del linguaggio, di ciò che si deve o non si deve dire, di ciò che si deve o non si deve citare, con lo sguardo implacabile di chi ha rotto gli argini dello stato di necessità ed è già altrove. Una prosa “poematica”, ossia una narrazione che spesso cede il passo alla poesia, caratterizzata da preziosità lessicografiche, ampio apparato metaforico, forma secca e precisa, al punto da sfiorare il “sadismo”, e identificazione dello spazio letterario con un luogo della verità: sotto la maschera un volto, come un pasto consumato crudo sotto lo specchio che restituisce immagini illese da sovrastrutture e condizionamenti esterni. Leggendo Bosco necessita ricordare che il senso del narrato via via lo si crea all’interno dello stesso grazie a strutture logiche portanti l’insieme… logiche che contemplano la verosimiglianza e la necessità. Infatti la verosimiglianza traccia la coerenza interna che va a dare collante agli eventi in una parvenza di plausibilità anche se, nel reale, tali legami non sono possibili, essendo, lo stesso, sostenuto da leggi fisiche immutabili. La necessità del racconto, invece, richiede una consecutività di eventi descritti che sostengono la premessa che giustifica il suo svolgimento, avvertendo, solo nel finale, che una linea ben precisa di cause ed effetti è stata tirata dall’autore, così che il narrato risulta un tutto unico, giustificato, sensato, in modo da completare, degnamente, ciò che si è andato a raccontare, e così da non deludere le possibili premesse che hanno anticipato tale narrazione. Martino Bosco opera tenendo in considerazione ciò che finora ho detto, procedendo con una “scientificità” immaginifica molto allettante. Con tale assetto la vita risulta infine essere la narrazione che ne facciamo, come infinite sono le trame che da essa possono scaturire, e in questo la potenza della scrittura e dell’arte in genere, cioè, come si è detto in precedenza, il dare volto compiuto anche a un indefinito, a un mascherato, a un neutro.

  • VERANIO di Giovanni Peli, Edikit Editore

Giovanni Peli (Brescia, 1978) è bibliotecario, scrittore e musicista. Prolifico e versatile, ha pubblicato album discografici, libri di poesia, di narrativa, anche per l’infanzia, testi per musica e per il teatro. Ha fondato Lamantica Edizioni con la traduttrice Federica Cremaschi.
Vera protagonista di questo racconto è la natura, colta in un momento di inquietante metamorfosi. In essa si dipana la vicenda di un bibliotecario, con lui una donna comparsa in sogno, un bambino in cerca di avventure e un terribile segreto nascosto tra le montagne. Dall’introduzione di Francesco Boer: “In Veranio, Giovanni Peli tratteggia l’orizzonte che per ora continua a sfuggirci: una civiltà in frantumi, implosa su se stessa non appena è iniziata a mancare quella forza che la teneva gonfia. Senza più petrolio, la potenza di cui andiamo fieri è venuta a marcire. Ma la vita continua, e anzi la vita si nutre anche di queste decomposizioni, come se fosse una mania, una benedetta maledizione incapace di rinunciare a se stessa. […] In questo scenario l’autore traccia una storia che rifugge il pessimismo post-apocalittico, ma senza indulgere in illusioni d’utopia”. Cosa succede a una civiltà quando la linfa che l’ha tenuta in vita e che l’ha plasmata (l’energia prodotta dagli idrocarburi) si esaurisce? Cosa rimane, dopo che delle guerre devastanti e il crollo della produzione hanno messo fine alle istituzioni e alla civiltà come la conosciamo, e dopo che indicibili catastrofi naturali hanno addirittura mutato la morfologia del territorio trasformando Brescia in una città portuale e il Sebino in un’enorme paludosa torbiera? “Veranio” pare voglia fornire una personale, poetica e suggestiva risposta a domande come queste, portando l’attenzione non tanto sul cosa e sul perché, ma piuttosto sul come l’umanità, intesa come insieme di individui e di piccole comunità, può sopravvivere a una calamità una volta avvenuta. Il romanzo “Veranio”, di Giovanni Peli, è la prosecuzione della riflessione iniziata nell’altro suo romanzo “Fermate la produzione”. Ma cos’è il “Veranio”? E’ una sostanza che affiora magicamente dalla terra. Nel corso del romanzo, Giovanni, il protagonista, conduce una personale indagine sulla natura di questa meravigliosa fonte di energia, ma anche sulla natura umana, accompagnato da una donna comparsa in sogno e da un bambino alla ricerca della madre e di avventure. Quest’opera di Peli rientra, a tutti gli effetti, in quel realismo magico venato di non pochi rimandi con le varie interrogazioni che oggi ci poniamo su di un ecosistema terrestre in veloce mutazione. L’autore volutamente procede sfruttando allusioni e suggestioni senza, più di tanto, spiegare il perché di certe risultanze e senza entrare, più di tanto, nei dettagli, così da introdurre il lettore in un nuovo mondo in cui gli eventi sono di già avvenuti e si attendono le soluzioni. Più nulla, quindi, c’è da prevenire. La crisi è già da tempo in atto. “Veranio” (o, meglio, il “Veranio) risulta ventre di già decomposto in cui l’autore affonda le mani nel tentativo di trovare ancora una ragione esistenziale alla quale aggrapparsi.

  • L’ARTE DI MARTE di Rino Maneo e Ivan Simonini, Edizioni del Girasole

Rino Maneo è ravennate come Ivan Simonini. Pur privilegiando le materie umanistiche si è diplomato in Elettrotecnica e per due decenni ha maturato esperienze in campo informatico. Si è dedicato alla docenza per trasmettere tali conoscenze alla popolazione detenuta presso le Case Circondariali di Ravenna e di Rimini. Il significativo appuntamento con l’Astrologia è avvenuto a metà degli anni ’80; attratto dalla potenza di una simbologia che esisteva da millenni e che, oltretutto, era sopravvissuta sia all’Illuminismo, sia alla scienza moderna, ha creduto giusto indagare sui significati ermetici di quegli archetipi… archetipi che, per altro, già i padri della psicoanalisi, nel secolo scorso, avevano tenuto a riconsiderare. Inoltre non molti sanno che anche Galileo, per qualche tempo, sbarcò il lunario redigendo oroscopi. Di Rino Maneo ricordiamo i libri: “Lilith. Memoria ancestrale del frutto proibito” (Edizioni del Girasole) e “Architettura elementare delle Case Astrologiche. Le matrici dei quattro elementi nell’interpretazione dei Campi astrologici (ancora Edizioni del Girasole).
Da nota editoriale apprendiamo che entrambi gli autori hanno dato vita ai testi contenuti nel libro nel 2020, terminandoli dopo tre anni. Solo nell’ottobre 2023, quasi casualmente, sono venuti a conoscenza degli scritti dell’altro, scoprendo, così, che tali due opere parallele risultavano complementari, pur nascendo da ottiche e predilezioni assai diverse come le Scienze Astrali per l’uno e le Scienze Poetiche per l’altro. Comunque tali scritti confluivano in un approccio filosofico e ideologico con sostanziali punti in comune e, soprattutto, con la paradossale “complicità” di Dante Alighieri il quale, per Simonini, ha tratto ispirazione per la Divina Commedia direttamente dal pianeta del dio della guerra, cioè Marte, come si evince dai Canti ambientati nel V Cielo del Paradiso, mentre Maneo è giunto a individuare una profonda analogia tra Marte e il martirio, riconducendo, senz’altro, all’ardore di Marte ogni tipo di fede sia politica sia religiosa. Così, amici da cinquant’anni, hanno deciso, in pochi giorni, di pubblicare i due loro saggi in un unico libro, di corredarlo di immagini, trovando, il titolo dello stesso, in pochi minuti. Buona lettura, quindi… e sempre avanti con Dante e quei suoi adepti … !!!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *