Scabra rubigine

di Guido Melis

“Scabra rubigine” è un’espressione latina che non conoscevo (o non rammentavo: magari l’avrò incontrata a suo tempo, ma molto, molto tempo fa, in qualche versione di latino). L’ho letta nella prima pagina del Domenicale del “Sole 24 ore” di avantieri, scritta dal latinista Nicola Gardini in un bel pezzo a tutta pagina sulla Giornata mondiale del latino.
Siccome Gardini tira in ballo Victor Hugo, libro secondo dei “Miserabili”, sono andato a vedere lì di cosa si trattasse e ho così riletto (saranno stati 60 anni che non lo facevo) un capitolo del libro tutto dedicato dal grandissimo scrittore alla battaglia di Waterloo e alla sconfitta di Napoleone. Forse da ragazzo mi aveva annoiato, magari lo avevo saltato. Ma ora mi ha appassionato. Valeva davvero la pena di riaprirlo, perché il capitolo è formidabile: Hugo immagina che il protagonista attraversi a piedi la grande piana terreno a suo tempo dello scontro; parla coi suoi occhi; ci porta nella strada bianca e tortuosa, in mezzo alla campagna, tra le piante, ci descrive la fauna. E poi, quasi senza soluzione di continuità, ci immerge nella storia passata: ci fa sentire gli echi della grande battaglia. È come un contrappunto tra lo svolgersi furioso dello scontro, ininterrottamente dalla mattina alla sera, e la serenità dei luoghi appena descritti. Con i continui rivolgimenti delle sorti della battaglia, e i luoghi (ora “riscritti” dal tempo che intanto è trascorso) com’erano allora, percorsi dalla cavalleria di Napoleone, con gli scozzesi di Welligton che abbiamo visti nei film marciare al suono delle cornamuse, con l’artiglieria che stacca braccia, azzoppa, uccide. Fumo, rombo di cannoni, grida dei caduti.
Per un lettore qualunque ma tanto più per un lettore che ami la storia è come assistere direttamente alla battaglia. Di per sé un pezzo di grandissima letteratura.
Ma c’è di più. La storia passa. Il tempo riscrive e ridisegna i luoghi nei quali è passata. Ma – ci dice Hugo – non può mai cancellare totalmente ciò che è stata. Tutto conserva, archivia e tiene nel suo ventre capace, anche quando sembra che tutto distrugga e rinnovi.
E infatti, in un passaggio di questo libro, mentre Hugo racconta le impressioni del protagonista coi suoi occhi vede la scena, ecco, in latino non in francese, apparire l’espressione di Gardini: “scabra rubigine”.
Significa, più o meno letteralmente, un ammasso di ruggine che riemerge dalla terra ormai ricoperta d’erba. Più in dettaglio: Hugo immagina che proprio là dove il cavallo bianco del grande Imperatore poggiava i suoi zoccoli, nella collinetta dalla quale Napoleone osservava le mosse della battaglia, riemergano i reperti della giornata memorabile: un ammasso informe di palle di cannone sgretolate , di armi in pezzi, di stoffe ormai ridotte a brandelli, che un tempo furono mantelli e divise, di proiettili, sciabole arrugginite, pennacchi e bandiere strappare e consumate dal tempo…
Gardini ci spiega che “scabra rubigine” non se lo è inventato Victor Hugo. Lo ha preso in prestito da Virgilio (nelle Georgiche), che lo usò quasi nello stesso significato; e Virgilio a sua volta da Catullo (che descriveva così il logorarsi del tempo). E forse le radici dell’espressione sono ancora più remote.
Cosa si esprime con quelle due parole latine? Si esprime, a me sembra, soprattutto il non senso, l’assurdo totale della guerra: che provoca lutti e semina dolori inenarrabili (la descrizione della battaglia che fa Hugo è insieme bellissima e terribile) e poi alla fine non finisce mai, perché lascia comunque sul campo i suoi relitti indistruttibili. Può mutare lo stato dei luoghi, ricrescere la vegetazione dove il fuoco della battaglia aveva fatto il deserto, ma basta scavare ed ecco riemergere la “scabra rubigine”. Ieri in un tg ho sentito che i cadaveri ritrovati a Bucha vengono seppelliti nei fossati scavati dalle bombe, perché lì è meno duro scavare. Se Hugo fosse vissuto oggi avrebbe probabilmente parlato dell’arma atomica, della sua micidiale potenza definitiva.

Tutto questo per dire che, rileggendo i “Miserabili” e pensando alla “scabra rubigine”, mi è tornata subito in mente la tragedia di questi giorni. Chiunque prevalga, alla fine, i segni resteranno indelebili, e si perpetueranno per generazioni. Chiunque l’abbia vinta alla fine, i due popoli si odieranno in eterno, perché certe cose non si dimenticano e specialmente quando la guerra ( che è sempre terribile e provoca sempre ferite che non rimarginano) sfocia, come a Bucha, in violenze e in torture contro i civili inermi.
Auspichiamo tutti la pace, naturalmente. Ma il danno ormai è fatto: nessun tavolo di pace (che pure tutti auspichiamo venga al più presto) potrà mai cancellarlo.
La “scabra rubigine” riemergerà, sia quella sottoterra, sia quella che si è infiltrata per sempre nel cuore della gente che ha sofferto.

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