Saverio Brigante, padre della repubblica italiana

 di Sigismondo Nastri
Sentivo spesso parlare mio suocero di “zio Saverio”, ma non ho chiesto chi fosse. Oggi viene fuori una foto che lo ritrae. Insieme ad un’altra che riprende, peraltro in modo incompleto, la lapide apposta sul muro della sua casa, a Pignola (luogo di nascita, come confermatomi dall’amico Vincenzo Ferretti, che ringrazio).
Mi viene così la voglia di sapere qualcosa di più di lui; solo che, non avendo modo di dedicarmi a ricerche in biblioteche ed archivi [ricerche da condurre a Roma, principalmente, e in Basilicata: ma so che Ferretti lo ha già fatto, con zelo e professionalità], devo affidarmi ai ricordi – in particolare, quelli trasmessi dal padre a mia moglie – e alle scarse notizie che riesco a procurarmi. Ecco la prima, e non è di poco conto: Saverio Brigante, presidente di sezione della Corte di Cassazione, ebbe un ruolo da protagonista (secondo certi ambienti nostalgici di Casa Savoia, addirittura determinante) in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946.
La nascita della Repubblica avvenne il 18 di giugno, martedì, nell’aula decima (solitamente utilizzata per riunioni di gruppi e commissioni), al secondo piano dell’ala di Montecitorio che si affaccia su piazza del Parlamento, con la proclamazione dei risultati elettorali da parte del presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano. Accanto a lui sedevano i presidenti di sezione – primo, tra questi, Brigante – , il procuratore generale, il cancelliere capo. Tutti i giudici indossavano la toga e portavano sul capo il tocco dorato. Ecco i risultati del referendum: Repubblica, 12.717923 voti; Monarchia, 10.719.284. “La Magistratura italiana – scriveva l’Unità il giorno dopo – ha fornito ieri una grande prova di sé e ha dato a tutti gli italiani un felice esempio di fermezza e di rettitudine, respingendo serenamente tutte le pressioni e tutte le minacce”.
Leopoldo Elia (“De Gasperi e la questione istituzionale”) così ricostruisce quegli avvenimenti: “Dopo qualche risultato parziale che procurò tra il 3 e 4 giugno una notte agitata al ministro Romita (ministro dell’Interno, ndr), la repubblica ebbe la maggioranza dei voti validi anche se con un margine di distacco meno forte di quanto previsto dopo i risultati delle elezioni amministrative. L’annunzio fu dato in una notissima conferenza stampa dal ministro Romita e fu confermato nell’adunanza pubblica del 10 giugno, nella sala della Lupa a Montecitorio, dal Collegio della Cassazione (nella composizione speciale prevista dal decreto n. 219). La Cassazione non procedette, come più di qualcuno pensava, alla proclamazione dei risultati del referendum, in base alla somma dei voti attribuiti alla monarchia e alla repubblica in tutte le circoscrizioni elettorali. Ma la proclamazione era indubbiamente provvisoria, perché l’art. 19 del Decreto n. 219 prevedeva una seconda adunanza pubblica nella quale la Corte avrebbe emesso il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami presentati ai diversi uffici elettorali, concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum: inoltre, si aggiungeva nella comunicazione finale del primo presidente Pagano: ‘La Corte […] integrerà i risultati coi dati delle sezioni ancora mancanti ed indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli’. Specialmente la parte finale della comunicazione letta dal Pagano (a partire da ‘La Corte […] in altra adunanza’) provocò molte reazioni, anche tra alcuni componenti del Collegio…”. Una situazione, questa, sottolinea in una nota Elia, che dimostra la gravità della tensione di quei giorni. “Se il presidente – sottolinea – avesse avvertito gli stati d’animo dei colleghi e dei cittadini probabilmente si sarebbe ‘coperto’ facendo leggere ed approvare dal collegio l’intero testo del verbale-comunicato letto al pubblico; e avrebbe intuito che le sue parole finali comportavano, insieme all’ulteriore attesa, un pericolo per la pace civile degli italiani. Sottolineo le parole finali in senso preciso perché le proteste del Brigante riguardavano proprio la frase sulla indicazione complessiva dei votanti e dei voti nulli, compito a suo avviso di lunga e laboriosa indagine e non affidato alla Corte dalla legge (evidentemente il dlgs lgt 23 aprile n. 219).”
Alla Fondazione Istituto Gramsci, nel fondo Archivio del Partito comunista italiano, è conservata in fotocopia una lettera manoscritta di Palmiro Togliatti, datata 14 giugno 1946, con la quale il leader del Pci, all’epoca ministro della Giustizia, chiedeva a Saverio Brigante l’autorizzazione a comunicare ad Alcide De Gasperi, capo del governo, ed a Pietro Nenni le informazioni riservate ricevute sui risultati del referendum (documento poi pubblicato su “Rinascita” del 28 giugno 1966). In effetti, Brigante denunciava che il verbale letto due giorni prima da Pagano non era quello concordato ‘parola per parola’ tra i membri della Corte. “In coda al verbale – cito dsonline.it, magazine di cultura, politica, arte, letteratura – c’era il veleno, cioè proprio quell’ultima parte in cui si accennava ad un compito di lunga e laboriosa indagine – ‘non affidatoci dalla legge, segnalava Brigante al Guardasigilli – per il computo delle schede nulle e del numero complessivo dei votanti’. Postilla non concordata con gli altri giudici e letta a loro insaputa. “Ancora, Brigante rivelava a Togliatti di avere immediatamente protestato con Pagano per la dolosa aggiunta e per le conseguenze di essa, vale a dire ‘la pericolosa situazione in cui era stata gettata la nazione’ per l’incertezza della non proclamazione della Repubblica. Il primo presidente come aveva reagito? ‘Ha avuto una lunga crisi di pianto’, in pratica ammettendo di aver manomesso il verbale. Aveva agito da solo, Pagano? ‘La colpa dell’accaduto – secondo Saverio Brigante – deve ricadere principalmente sul procuratore generale Massimo Pilotti il quale, si pensa, profittando della debolezza del primo presidente, ha saputo abilmente indurlo ad aggiungere le ultime parole del verbale senza che egli ne comprendesse forse l’importanza”.
In effetti, se è vero che il distacco tra repubblica e monarchia fu di due milioni di voti, è pur vero che in quella elezione si registrarono 1.509.735 schede bianche e nulle.
Il ruolo di primo piano avuto nella vicenda, per l’alta funzione esercitata, costò a Brigante l’accusa – da parte di ambienti filomonarchici – di aver capovolto la realtà “modificando le cifre nei verbali”. Se al presidente della Corte di Cassazione Pagano e al procuratore generale Pilotti venivano attribuite simpatie per Casa Savoia, di Brigante si diceva che fosse comunista, addirittura iscritto segretamente al Pci. Il rapporto d’amicizia che lo legava a Togliatti (qualcuno lo definiva la sua “eminenza grigia”), alimentò sospetti quando, dietro suo suggerimento, il ministro della Giustizia distaccò presso la Corte di Cassazione duecento piccoli funzionari e impiegati col compito di sbrigare la revisione dei tredicimila verbali. Di qui l’insinuazione che ci fosse stata una manipolazione dei risultati messa in atto proprio da Saverio Brigante. Solo una cattiveria, forse, nei confronti di un alto magistrato che nella sua carriera si era sempre distinto per dottrina, capacità, competenza, dirittura morale, senso dello Stato. Lo dimostrano alcuni delicati incarichi affidatigli nell’immediato dopoguerra, dal capo del governo Ivanoe Bonomi: commissario aggiunto con delega alla epurazione nell’amministrazione pubblica (nominato il 1° agosto 1944, su indicazione del conte Sforza, alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo); componente della Commissione centrale per l’accertamento delle atrocità commesse dai tedeschi e dai fascisti dopo il 25 luglio 1942, istituita con decreto 26 febbraio 1945.
Saverio Brigante, collocato in pensione col titolo di primo presidente onorario della Corte di Cassazione, morì a Roma il 21 febbraio del 1960.

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