San Vincenzo e Castellone contro Rocchetta: quando si litigava per la fiera

di Franco Valente

“Fuori! Fuori! La casa è mia. Voi dovete uscire!”, così l’abate chiudeva ogni anno la fiera di S. Vincenzo.

Non tutti sanno che Castel S. Vincenzo è un comune che è nato nel 1928 dalla fusione dei due antichi municipi di Castellone e San Vincenzo. Sebbene nessun documento del Chronicon Vulturnense ci sia di aiuto per capire in che anno si siano formati i due nuclei, siamo sufficientemente sicuri che la loro fondazione sia da mettere in relazione alla grande opera di ristrutturazione del territorio monastico alla metà del X secolo.

Negli anni 1872, 1873 e 1874 il dott. Giuseppe Martino, medico di S. Vincenzo, scrisse una serie di articoli che furono pubblicati nella Gazzetta della Provincia di Molise e poi raccolti in una “Topografia del Mandamento di Castellone al Volturno”. Giuseppe Martino si firmava “Cavaliere della Corona d’Italia, medico chirurgo di Castellone e S. Vincenzo, socio di varie Accademie e decorato con la medaglia d’oro” e anticipò i suoi scritti con un adagio tratto da Linneo: “Turpe est in patriam vivere, et patriam ignorare” sic!

Ora, a parte il perdonabile errore dello stato in luogo non espresso con il caso ablativo, Giuseppe Martino riferisce in maniera compiuta su tutto ciò che poteva riguardare i paesi di Castellone, Castelnuovo, Cerasuolo, Cerro, Colli, Pizzone, Scapoli, S. Vincenzo e Rocchetta, comprese alcune tradizioni locali.

Una mi sembra particolarmente degna di essere ricordata perché riguarda una consuetudine che era ancora viva ai suoi tempi e che oggi è completamente dimenticata. Egli riferisce che si facevano annualmente le fiere di S. Vincenzo il 22 di gennaio, di S. Marco il 25 aprile, di S. Michele l’8 maggio, di S. Martino la seconda domenica di agosto e l’11 novembre e di S. Rocco la terza domenica di ottobre.

Le fiere di S. Vincenzo e di S. Marco si tenevano fino al 1833 davanti al palazzo dell’Abbazia di S. Vincenzo e venivano introdotte da una cerimonia molto particolare perché dalla casa municipale veniva portata fino all’abbazia la bandiera di S. Vincenzo.

Una bandiera che anticamente era rossa e portava le insegne di Carlo III di Borbone. Poi divenne bianca con una grande aquila imperiale nella parte centrale e la scritta latina NAPOLEO D. G. ET PER CONSTITUTIONES IMPERATOR GALLORUM ITALIE REX. Da una parte, poi, vi era lo stemma antico di S. Vincenzo costituito da un leone che sosteneva un castello con la scritta UNIVERSITAS S. VINCENTII e dall’altro lato lo stemma del Conte di Macchia con una fascia e tre stelle con il motto UTILIS DOMINUS S. VINCENTII.

Il corteo che partiva dal Municipio era preceduto da un tamburo di Pizzone che era seguito dalla milizia di Castellone. La bandiera, una volta raggiunta la fiera, veniva inalberata davanti al palazzo abbaziale e vi rimaneva fino a 21 ore (ovvero fino alle 15), quando il vicario dell’Abbazia si affacciava alla finestra del Palazzo e “rientrando nel suo diritto temporale” gridava ai presenti: “Fuori! Fuori! La casa è mia. Voi dovete uscire!
Aggiungeva in latino: “Haec mea sunt, veteres migrate coloni”.

Dopodiché la bandiera veniva ammainata e, come era arrivata, veniva riportata alla residenza municipale.

Il dottore Martino aggiunge pure che dal 1833 quella consuetudine fu abolita perché, a seguito di una vertenza tra l’Università di S. Vincenzo e quella di Rocchetta, si stabilì che le fiere e i mercati erano un diritto di S. Vincenzo e da allora furono trasferite al Colle, nei pressi del paese.

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