Ruggiero Romano raccontato da Aurelio Musi

di Armando Pepe

L’agile volumetto che Aurelio Musi dedica alla ricerca, e vita, di Ruggiero Romano è una riflessione, a più voci, concordi-discordi, condotta su di un uomo dall’intensa attività culturale, non profeta in Patria, lontano dal paradigma /metodo, italiano nel carattere ma francese di lunga adozione.

Il mondo  accademico italiano gli precluse la cattedra in storia economica, sarcastica fu la telefonata con Gino Luzzatto, che gli disse: “come si trova a Parigi? Bene? Allora ci resti”.

Romano, nato a Fermo nel 1923, ma formatosi a Napoli, ai tempi in cui l’ateneo era frequentato da Marcello Gigante e altri studiosi di eccelsa levatura, a Parigi restò, fino alla morte, avvenuta nel 2002.

Non ebbe potere, è vero, nell’università italiana, ma inversamente proporzionale   alla cocente delusione subita, fu lo strapotere nel microcosmo editoriale, sopratutto in Einaudi.

Sua era l’ideazione e la pragmatica realizzazione non solo della Storia d’Italia ma anche dell’Enciclopedia, progetti faraonici che accompagnarono la casa editrice torinese all’esito fallimentare.

Grazie alla sua vulcanicità la cultura storiografica italiana si svecchiò indubbiamente, disancorandosi da vecchie metodologie dure a morire.

Come unico maestro riconobbe Fernand Braudel, da cui, ancora per il carattere indubbiamente non facile, si staccò.

Tuttavia, in Italia stimava molti, all’epoca giovani, studiosi, tra cui Corrado Vivanti, con il quale si confrontò e collaborò a lungo, ma anche Giuseppe Galasso, maestro di Aurelio Musi.

Intorno a Romano, il più giovane collega, ma di altrettanta lena, napoletano, ha scritto poco prima di morire : “Aveva un carattere aspro, scontroso, tendente di gran lunga più alla contrapposizione che alla mediazione e all’incontro, litigioso quasi per natura, più incline al sarcasmo che all’ironia, ma che celava dietro questa facciata-come fin troppo spesso accade con questo tipo di uomini- non solo un grande bisogno, bensì anche una grande e sperimentabile capacità di affetto e colloquio” (p. 75).

Galasso, mite e pragmatico, dotato di sconfinata sagacia, aveva lucidamente compreso il tratto peculiare di Romano, che fu il suo vero limite.

In Einaudi aveva fatto molto, condotto in porto tante iniziative, proposto autori come Alexandre Koyré, Celso Furtado, Denis Richet, Pierre Nora, Emmanuel Le Roy Ladurie, Gunnar Myrdal, Karl Polanyi, Pierre Vidal Naquet, Eric Hobsbawm, Lawrence Stone, Pierre Francastel, Jacques Lacan, Bernard Hendrik Slicher van Bath, Jacques Berque e tanti altri.

Aveva, come si può notare, molteplici interessi, che spaziavano dalla letteratura alla psicanalisi, all’economia alle condizioni sociali ed economiche dell’America Latina.

Ricorda Aurelio Musi che “nel 1990 Romano tenne una conferenza alla sala Piovani nella facoltà di Lettere dell’Università di Napoli: fu il suo ultimo incontro pubblico in città. In una sala affollatissima, alla presenza soprattutto di distinte signore della buona borghesia napoletana, Romano parlò della masticazione delle foglie di coca, invitando tutti ad imitare i peruviani: una sorta di testamento ironico di uno dei più geniali storici italiani del Novecento! ” (p. 81).

Anche a Camerino, la cui Università gli aveva conferiti una laurea honoris causa, Romano si congedò con eleganza, dicendo: “malgrado le apparenze sono un timido e questo mi impedisce di ringraziarvi degnamente per la vostra generosa, affettuosa, calda accoglienza” (p. 99).

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