Rudolf Levy

di Alessandro Vivanti

Era figlio di una famiglia ebraica ortodossa della Pomerania occidentale (oggi Polonia), ma il suo forte desiderio di diventare un artista fu più forte dell’ostilità paterna.
Rudolf Levy (Stettino, 15 luglio 1875 – Auschwitz, 6 febbraio 1944) cominciò il suo apprendistato all’Accademia di Belle Arti di Karlsruhe, per poi trasferirsi a quella di Monaco di Baviera, dove studiò sotto la direzione di Nikolaos Gysis. Dal 1899 si iscrisse alla scuola privata di Heinrich Knirr, avendo come compagni tra gli altri Paul Klee, Eugen von Kahler, Hermann Haller e Georges Karse. Nel 1901 e 1902 si impratichì nella pittura en plein air con Heinrich von Zügel. Nel 1903 con Hans Marsirius Purrmann e Walter Bondy si trasferì a Parigi. Nella capitale francese frequentò assiduamente la scuola di pittura di Henri Matisse. Dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, andò a vivere a Berlino: è qui che nel 1922 realizzò la sua prima mostra personale, facendosi conoscere a una cerchia più ampia di pubblico e di critica. Quando cominciarono le persecuzioni naziste contro gli ebrei, Levy lasciò la Germania e iniziò le sue peregrinazioni, le cui tappe principali furono Maiorca, la Francia, gli Stati Uniti, la Dalmazia. Nel gennaio del 1938 approdò in Italia; dopo un soggiorno a Ischia, e circa un anno trascorso a Roma, nel 1941 approdò a Firenze. Nella sua stanza-atelier a Palazzo Guadagni in piazza Santo Spirito, ritrovò la perduta felicità creativa: dal 1941 al 1943 realizzò oltre cinquanta dipinti, in prevalenza nature morte e ritratti. Il 12 dicembre del 1943, in seguito all’occupazione tedesca, fu arrestato e incarcerato nel carcere delle Murate, e quindi trasferito a Milano a San Vittore. Il 30 gennaio 1944 venne inviato ad Auschwitz, nel famigerato convoglio 06, lo stesso di Alberto e Liliana Segre, di Shulim Vogelmann, la moglie Anna e la piccola Sissel (e anche del mio prozio Giulio Della Pergola). Giunto ad Auschwitz venne immediatamente spedito alle camere a gas perché considerato troppo vecchio per essere utilizzato per il lavoro, per cui la sua presunta data di morte è quella dell’arrivo del convoglio ad Auschwitz, il 6 febbraio 1944.

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