Ruderi in Calabria

di Vincenzo Naymo

Nei contadi della Calabria, dovunque si vada, si ritrova una quantità sconfinata di ruderi: Mulini ad acqua, gualchiere, frantoi, acquedotti, manganelli per la lavorazione della seta, case coloniche, ovili, ricoveri, stalle, residenze forticate, dimore di delizie un tempo circondate da meravigliosi giardini, argini e tanto altro. Oggi due elementi accomunano tutti questi beni: l’abbandono e il degrado, entrambi frutto del venir neno durante l’ultimo secolo e mezzo delle millenarie attività produttive praticate nella regione e testimoniate inequivocabilmente dalla presenza di questi resti. Non entro in merito né al peso di queste attività, né alle ragioni del loro tramonto sulle quali si potrebbe discutere a lungo, dico soltanto che gran parte degli eredi di quegli industriosi calabresi, che per secoli hanno animato queste attività, sono andati ad alimentare la crescita demografica ed economica di città come Milano, Torino, Roma, Genova, ecc. Preso atto di questa tristissima realtà, frutto di scelte altrui a volte subite dalla gente, altre scientemente volute dai miei conterranei, fra necessità oggettive e rassegnazione talvolta ingiustificata, ciò che preme a me oggi è cercare di salvare quel che rimane di quel patrimonio materiale il cui progressivo degrado sembra inarrestabile. Nel disinteresse quasi generale, purtroppo, si assiste infatti alla scomparsa di ogni traccia di un tempo e di un mondo che, invece, dovremmo tutelare, studiare e conoscere giacché quei ruderi costituiscono pure un patrimonio culturale che potrebbe impedire il naufragio verso il quale sembriamo diretti. In quest’ottica salvare queste testimonianze è come montare su una scialuppa che ci porta verso la terraferma, quella delle nostre radici, dove sanare quella frattura fra noi e il nostro passato che, forse, è la causa prima dei tanti mali che affliggono noi e la terra di cui siamo figli.

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