Rosso Istria
di Eugenio Di Rienzo
ROSSO ISTRIA
MARIA PASQUINELLI, LA STRAGE DI VERGAROLLA E L’ASSASSINIO DEL GENERALE ROBERT DE WINTON
Maria Pasquinelli venuta alla luce a Firenze il 16 marzo 1913 da una famiglia lombarda, potrebbe costituire il prototipo del fascista perfetto “libro e moschetto”, secondo lo slogan coniato da Mussolini, il 3 marzo 1926, in concomitanza con la nascita dell’Opera Nazionale Balilla. Ancora bambina ritornò a Bergamo, la città natale dei suoi genitori, dove si diplomò maestra elementare, per poi laurearsi in pedagogia a Urbino e infine iscrittasi al Partito Nazionale Fascista nel 1933, frequentò a Milano la Scuola di mistica fascista.
Dopo il 10 giugno 1940, ottenne di essere inviata come crocerossina in Libia al seguito delle truppe italiane. Ma nel novembre del 1941 lasciò l’ospedale di Al Abyar, in Cirenaica, a circa 50 km da Bengasi, dove prestava servizio e, con documenti falsi e la testa rasata, indossando la divisa del Regio Esercito, raggiunse la prima linea. Scoperta, fu espulsa dalla Croce Rossa e rimpatriata. Nel 1942 chiese di essere inviata a Spalato, nella Dalmazia allora annessa al Regno d’Italia, per diffondere la conoscenza dell’italiano presso il proletariato rurale croato residente nell’hinterland dell’importante porto dell’Adriatico settentrionale.
Nella città, entrata a far parte dello Stato da Mar della Repubblica di Venezia fin dal 1420, dove nel corso dei secoli gran parte dell’etnia slava si era completamente e spontaneamente italianizzata, fu testimone oculare, dopo l’8 settembre 1943, della pulizia etnica perpetrata dal Nono Korpus dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, guidato da Josip Broz Tito. Che infierì selvaggiamente, per 19 giorni, sulla cittadinanza italiana e italofona in una carneficina, il cui bilancio finale fu di circa 300 vittime passate per le armi o eliminate tramite infoibamento, tra civili di entrambi i sessi, esponenti dell’Amministrazione locale, insegnanti, piccoli imprenditori, notai, avvocati, medici, personale sanitario, Forze dell’Ordine e militari della 15ª Divisione Fanteria Bergamo.
Anche Maria Pasquinelli, arrestata dai giannizzeri titini, rischiò la fucilazione e fu salvata, poche ore prima della esecuzione, dall’arrivo dei reparti della Wermacht che il 27 settembre 1943 occuparono la città mettendo in fuga le bande slavo-comuniste. Riacquistata la libertà, la “maestrina dalla penna nera” promosse la riesumazione delle salme, raccolse una dettagliata documentazione a futura memoria sulle “stragi di Spalato” e successivamente si trasferì a Trieste. Qui recapitò personalmente al Comitato profughi dalmati diversi memoriali sulla precaria condizione degli italiani in Istria e in Dalmazia. Dopodichè, all’inizio del 1944, si spostò a Milano dove riprese la sua professione di maestra elementare in un istituto della Bicocca, il quartiere industriale del capoluogo lombardo.
Da quel momento, svolse un ruolo non marginale nel complesso intreccio dei rapporti attraverso i quali si giocava il futuro del litorale adriatico destinato a divenire uno dei punti di maggior tensione della futura Guerra Fredda. La Mazzoleni, infatti, collaborò attivamente sia con l’intelligence della Decima Flottiglia Mas di Junio Valerio Borghese sia con il Servizio Informazioni Militari della King’s Italy. E contemporaneamente si mise a disposizione di organizzazioni partigiane non comuniste come il Comitato di Liberazione Nazionale Istriano, la Divisione Osoppo di orientamento cattolico, la Brigata monarchico-liberale Franchi comandata da Edgardo Sogno, la Repubblica Sociale Italiana e i Governi del Regno del Sud. Per facilitare l’obiettivo, tanto generoso quanto improbabile, considerata l’ostilità di Berlino, di Londra e dell’Amministrazione Roosevelt, di costruire in piena guerra civile un’alleanza basata sulla mera difesa dell’interesse nazionale in grado di preservare l’italianità della Venezia Giulia minacciata dall’imperialismo straccione di Tito, in pieno accordo con Togliatti il fidato e volenteroso esecutore delle direttive di Mosca.
La strettissima collaborazione militare, tra le Brigate Garibaldi, braccio armato del Partito Comunista Italiano e il Nono Korpus, mirava a conquistare le regioni del confine orientale italiano prima dell’ormai imminente fine del conflitto, per utilizzare la carta del «fatto compiuto» al tavolo della Conferenza di pace. In questa congiuntura si determinò, ovviamente, una spaccatura all’interno del movimento di liberazione. L’ala cattolica, liberale, azionista della Resistenza annunciò che avrebbe fatto ricorso alla forza per scongiurare quell’eventualità e il PCI rispose a quella intimazione procedendo alla liquidazione del Comitato di Liberazione Nazionale istriano e triestino, compresi i rappresentanti comunisti e socialisti, e all’eliminazione fisica del comando della Osoppo che si consumò tra il 7 e il 18 febbraio 1945 nelle malghe di Topli Uork, limitrofe al borgo di Porzûs, una frazione montana del comune di Attimis, in provincia di Udine.
Il 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di pace di Parigi, che assegnava alla Jugoslavia Fiume, il Golfo del Quarnaro, Pola, l’intera Istria, Zara e il suo comprensorio, le isole di Lagosta, Cazza, Pelagosa e l’arcipelago zaratino, mentre Trieste e il suo litorale settentrionale venivano divisi tra una zona A e una zona B, la Pasquinelli uccise con tre colpi di pistola il Brigadiere Generale britannico Robert William Michael de Winton, comandante del Corpo di occupazione di Pola, in occasione della cerimonia del passaggio dei poteri tra l’autorità alleata e la Jugoslavia. Arrestata immediatamente e tradotta a Trieste, durante il processo, l’omicida si dichiarò colpevole e fu condannata dal Tribunale Militare Alleato alla pena di morte mediante fucilazione, pena che fu subito dopo irritualmente commutata dal Comando britannico nel carcere a vita.
L’impulso, a compiere un atto dal valore altamente simbolico, che aveva spinto la Pasquinelli ad estrarre dal suo cappotto la Beretta M1934, l’arma corta d’ordinanza del Regio Esercito, per troncare l’esistenza di de Winton si fece risalire alla reazione inconsulta di una mente sconvolta, contagiata fin dalla sua adolescenza dal morbo del nazionalismo fascista, che non aveva retto al trauma del diktat parigino. Questa opinione però non era condivisa dal Generale Hoyt Sanford Vandenberg, già responsabile della Ninth Air Force, la forza aerea tattica statunitense che fornì il fondamentale supporto d’attacco al suolo durante lo sbarco in Normandia, nominato nel 1946 Direttore del Central Intelligence Group (CIG), con l’incarico di assumere la guida dei servizi di spionaggio, controspionaggio, sabotaggio, guerra psicologica, propaganda e disinformazione nel periodo di transizione dallo smantellamento dell’Office of Strategic Services (OSS) alla nascita della Central Intelligence Agency (CIA). Vandenberg, infatti, il 25 febbraio 1947, inviava al Presidente Harry Truman un report riservatissimo in cui il gesto della Pasquinelli era riportato ad una causa che poteva sì sovrapporsi a quella addotta dalla sentenza di condanna dell’imputata che a suo avviso non costituiva, però, la vera motivazione dell’attentato.
«La notizia dell’assassinio del Brigadiere Generale britannico R. W. M. de Winton, a Pola il 10 febbraio 1947, è stata ampiamente diffusa e commentata dalla stampa occidentale ma sempre in maniere confusa e insoddisfacente rispetto alle informazioni raccolte dal CIG e inoltrate ai vertici inglesi del Quartier Generale delle Forze Alleate, il 24 ottobre e il 1° novembre 1946, con largo anticipo, quindi, rispetto alla data dell’attentato. A questo riguardo riporto un estratto del rapporto del mese d’ottobre: “Si riferisce che Maria Pasquinelli, di circa 30 anni, alta 1,75 metri, di corporatura robusta, capelli castano scuro, molto ricci, naso all’insù, occhi scuri, ha deciso di togliere la vita al Comandante Alleato dell’area di Pola come protesta contro il cambiamento dei confini italiani deciso alla Conferenza di Parigi. La Pasquinelli ha studiato attentamente i suoi spostamenti quotidiani e ha deciso di sparargli mentre effettua l’ispezione mattutina delle truppe davanti alla caserma che ospita la 13ª Divisione di Fanteria britannica conosciuta con il soprannome di “I Gatti Neri”, per via del suo distintivo di spalla, che raffigurava un gatto nero in campo rosso. Si prevede che la Pasquinelli lasci Milano per far visita al fratello residente a Venezia, dopodiché si dirigerà a Pola, dove ha depositato parte dei bagagli e probabilmente la pistola semiautomatica da utilizzare nell’attentato. Dalle informazioni in nostro possesso la Pasquinelli risulta essere una persona fanatica e determinata, sprezzante del pericolo, dotata di una buona padronanza nell’uso di armi da fuoco, appresa nel suo soggiorno come infermiera sul fronte nordafricano”».
A questo rapporto, continuava Vandenberg, «il personale del CIG aveva fatto seguire un’altra informativa trasmessa l’11 febbraio 1947, con la quale si affermava “di avere appreso, che come da noi previsto, la Pasquinelli ha ucciso sparando alla schiena il Brigadiere Generale britannico R. W. M. de Winton, mentre stava ispezionando il Corpo di guardia del suo Quartier Generale, in un inconsulto atto di protesta per la cessione di parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia». Il rapporto del CIG non si limitava, tuttavia alla presa d’atto dell’accaduto e dell’inutilità dei suoi avvertimenti che erano stati inspiegabilmente sottovalutati dai Servizi britannici, ma faceva presente che:
«Da nostri informatori pienamente affidabili, presenti in loco, siamo venuti a conoscenza che il movente che armò la mano della Pasquinelli fu un altro e cioè quello di vendicare la morte di 100 cittadini di Pola e di altre centinaia di feriti, tra cui molti bambini e adolescenti, vittime dall’attentato dinamitardo, che ebbe luogo il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla, pianificato dall’ONZA, il servizio di sicurezza militare e polizia segreta jugoslava diretta personalmente dal Maresciallo Tito. Ma che fu reso possibile dall’assistenza tecnica di veterani specializzati in azioni di sabotaggio dello Special Operations Executive britannico (SOE), sciolto ufficialmente il 15 gennaio 1946, ma rimasti attivi nei Balcani. È qui opinione universalmente condivisa, infatti, che l’eccidio di Vergarolla sia stato parte integrante del piano di pulizia razziale predisposto dal Governo di Belgrado per intimorire l’etnia italiana e spingerla a lasciare spontaneamente il territorio della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia».
La Pasquinelli aveva dunque scelto un bersaglio sbagliato colpendo de Winton? Stando al suo stato di servizio parrebbe di sì. La sua figura professionale, durante circa venti anni di servizio, era sempre stata rigorosamente conforme alla linea di comando dell’Esercito regolare britannico. De Winton era, infatti, un ufficiale di carriera della fanteria scozzese («Gordon Highlanders»), impiegato in ruoli di comando di battaglione e brigata che non aveva mai intrattenuto rapporti diretti o operativi con il SOE, partecipando a operazioni speciali della cosiddetta «guerra d’ombra» combattuta non sui campi di battaglia tra formazioni di militari in divisa, ma attraverso atti terroristici che potevano avere come oggetto anche la popolazione civile.
C’è da aggiungere che durante il conflitto il SOE – e in particolare la sezione dell’agenzia istituita a Bari dopo l’8 settembre – sostenne le forze partigiane di Tito in Jugoslavia e nell’Istria occupata, più di quanto fece con la resistenza polacca, cecoslovacca, italiana e francese. Concesse loro ampio supporto logistico, le rifornì senza risparmio di armamenti leggeri e pesanti, mezzi di trasporto, illimitato munizionamento e inviò per fiancheggiarle nuclei di addestratori e reparti di specialisti che tra 1944 e 1945 arrivarono a toccare una cifra oscillante i 500 e 800 uomini. Inoltre alcuni lavori accademici, come il saggio di Paolo Simoncelli, L’inutile strage di Vergarolla, pubblicato nel 2020, hanno evidenziato che le reti informative e operative create dal SOE nell’area alto-adriatica non furono disattivate nel dopoguerra, creando una complessa «zona grigia» di contatti e sovrapposizioni tra agenti britannici, elementi dell’ONZA e «cani sciolti» che militavano in formazioni clandestine comuniste non inquadrate nel Nono Korpus.
Occorre poi rilevare che i plenipotenziari inglesi in seno all’Amministrazione Militare Alleata della Venezia Giulia e gli uomini della Military Intelligence, Section 6 inviati a Pola subito dopo il 18 agosto 1946, legati ad ambienti ex-SOE, rubricarono il massacro di Vergarolla come «un incidente derivante da incuria del materiale inesploso», nonostante che gli artificieri della British Army avessero appurato che i mazzuoli di tesa e le mine erano stati innescati intenzionalmente. Altri indizi, infine, fanno supporre, che settori residui del SOE, ancora sottoposti alla giurisdizione del Ministero della Guerra britannico, venuti a conoscenza dell’attentato ordito dall’ ONZA, con la quale erano rimasti in stretto contatto, si fossero prestati a fornire, secondo la tesi avanzata dal CIG, assistenza tecnica agli esecutori jugoslavi, per forzare la popolazione italiana ad abbandonare la città in modo da eliminare l’ingombro della «questione etnica» mentre erano ancora in corso i lavori della Conferenza di Parigi.
L’insieme di tutti questi fattori ci fornisce, quindi, ragionevoli margini di dubbio sulla responsabilità di de Vitton. Probabilmente il Brigadiere Generale scozzese non partecipò direttamente al complotto anglo-jugoslavo che portò alla mattanza di Vergarolla, ma sarebbe assurdo congetturare che fosse all’oscuro di quanto si stava preparando nella città nella quale aveva assunto di fatto le funzioni di Governatore militare. Ne ebbe piena conoscenza, invece, eppure chiuse ambedue gli occhi e lasciò fare, ottemperando disciplinatamente agli ordini ricevuti dai suoi superiori.
Per comprendere a pieno il significato di questa oscura vicenda bisogna considerare che il Regno Unito, anche dopo la resa incondizionata della Germania nazista non intendeva interrompere l’intesa cordiale con il padre padrone della Jugoslavia socialista. Gli alleati non si scelgono per il loro profilo morale ma per convenienza aveva dichiarato Churchill, sostenendo «di sapere benissimo che Tito è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana e fino quando lo sarà dovremo turarci il naso e coltivarne l’amicizia». E aggiunse che «se Tito ci è stato sicuramente di aiuto nella guerra in corso, avrebbe potuto esserlo anche dopo la sua conclusione perché difficilmente si sarebbe piegato a divenire un docile satellite di Stalin e anzi avrebbe potuto fare del suo Paese la prima linea di contenimento dell’invasione sovietica dell’Europa occidentale».
Questo lungimirante vaticinio si avverò con lo scisma tra Mosca e Belgrado del 28 giugno 1948, quando il Governo Attlee e l’Amministrazione Truman colsero la straordinaria opportunità di indebolire l’influenza russa nei Balcani, attraverso un flusso ininterrotto e progressivo, che raggiunse il culmine nel 1951, di crediti commerciali, finanziamenti a fondo perduto, forniture alimentari, tecnologiche, militari diretto verso la Jugoslavia, evitando a un Paese, comunista sì ma eretico e indipendente, di collassare a causa dell’embargo decretato dal Cremlino subito dopo la decisione assunta dal Cominform di espellere il Partito Comunista jugoslavo.
Come sempre il denaro fu il nerbo della guerra. Pur non integrando la Jugoslavia nell’Alleanza Atlantica, Gran Bretagna e Stati Uniti instaurarono canali di comunicazione e d’informazione reciproca tra i loro Stati Maggiori militari e quello jugoslavo per far fronte a un eventuale colpo di mano dell’Armata Rossa nell’area balcanica. E, per di più, convinsero Tito a privare i guerriglieri comunisti del Dimokratikos Stratos Elladas delle basi d’appoggio in territorio jugoslavo che consentì la fine della guerra civile in Grecia e la stabilizzazione del fianco sud-orientale dell’Europa. Dalla prospettiva di Londra, visti i risultati raggiunti, la morte di un centinaio di italiani, in gita nella spiaggia di casa di Pola, era valso sicuramente l’oro della posta.
