Ritratto di giovane donna

di Roberto Cafarotti

Diversi anni fa vidi una esposizione di ritratti, dell’oasi di El-Fayyum, al Louvre dove se ne conservano stabilmente alcuni dei migliori esemplari. Sono ritratti funebri, dal I secolo a.C. sino al III d.C. Venivano generalmente inseriti nei sarcofagi di legno che contenevano le salme dei defunti.
Seguivano l’antica tradizione e cultura romana che venerava il culto degli antenati. Per questo si rendeva necessaria una raffigurazione più verosimile possibile al defunto, non solo nella somiglianza fisica ma che potesse anche evocarne il temperamento o celebrare la dignità del trapassato in virtù di una maggiore devozione alla sua memoria. La loro missione è stata perfettamente compiuta, poiché quelle figure ci sono giunte integre sino ai giorni nostri. Questi ritratti sono, per la Storia dell’Arte, dei preziosissimi reperti.

Sostanzialmente sono gli unici dipinti su tavola di epoca ellenistica di cui disponiamo. Mentre qualche reperto di scultura, in marmo o più raramente in bronzo, ci è pervenuto, della pittura, arte guida e disciplina privilegiata della classicità greca (Zeri 1985) non abbiamo praticamente nulla. Alcune delle opere di El-Fayyum sono bellissime, ci raccontano la straordinaria qualità pittorica di quei tempi soprattutto se si considera che a El-Fayyum, grande oasi dell’Alto Egitto e centro periferico dell’Impero Romano, ci furono certamente artisti bravi ma molto probabilmente di gran lunga inferiori a quelli che potevano operare in città importanti quali Atene, Roma o Alessandria, veri centri culturali ed economici del Mediterraneo.

Per questo, possiamo solo immaginare quale straordinaria qualità artistica dovesse risiedere in quelle città. È un po’ come se oggi dovessimo farci un’idea di ciò che fu il Rinascimento italiano senza i suoi protagonisti principali, ignorando completamente le opere di Botticelli, Raffaello, Leonardo, Antonello e tutti gli altri grandi artisti ricostruendo quel periodo solo con le tavole di Marco Zoppo, Bartolomeo della Gatta o Zanetto Bugatto. Personalmente, conoscevo questi ritratti anche dai testi, ne sono sempre rimasto affascinato ma dal vero l’effetto che producono è incredibile: è come un dialogo con il tempo. Un viaggio di duemila anni che ci permette di incontrare volti di fronte ai quali si prova un incredibile senso di familiarità. Si, perché la naturalezza di quei volti, la loro espressione è così intensa e tale da sembrare che desiderino parlarci, interrogarci, narrare le loro esperienze. Sono volti presenti, pervasi di vita vissuta, di emozioni. Quelle stesse che ciascuno conosce bene nel proprio privato. Ci rendono consapevoli che nelle vicende umane siamo affratellati: navigatori nella fragilità della condizione umana che non conosce tempo.

Spesso, quando pensiamo a lontani eventi storici cala una sorta di velo di separazione. Come se quelle storie lette sui libri, di guerre, conquiste, sconfitte e lotte fossero, sì, esistite ma nello stesso tempo restassero relegate in un passato distante, opaco. Come se i protagonisti di quelle vicende non appartenessero alla nostra stessa dimensione esistenziale e la distanza temporale appiattisse tutte le emozioni, positive e negative, in un contenitore che, in fondo, sembra appartenerci poco, rendendo il passato quasi incompatibile con il nostro presente emotivo. In realtà, non è così. I ritratti del Fayyum ci ricordano che le loro semplici storie, anche se non le conosciamo, hanno radici emotive universali. Anche noi attingiamo ad esse, nel nostro vivere. La nostra vita, in fondo, è fatta di quelle stesse emozioni che provarono anche quei lontani testimoni del passato, verso cui, attraverso la magia dell’arte e il suo potere, risulta più facile sentire un sentimento di prossimità universale.

Ritratto di giovane donna (oasi di El-Fayyum),

III secolo d.C., encausto su tavola di legno. Museo del Louvre, Parigi.

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