Ripensare Foucault

di Stefano Brugnolo

Sulla distinzione tra verità e finzione nei discorsi scientifici e in quelli letterari. Il caso esemplare di Michel Foucault.

Il pensatore più citato negli studi filosofici e letterari è senz’altro Michel Foucault.
Lo si evoca continuamente come una specie di Aristotele (ipse dixit) degli studi contemporanei.
Ora, io penso che diversamente da altri maestri del pensiero francese, come Derrida o Deleuze, Foucault sia un pensatore più “solido”, con cui vale la pena confrontarsi seriamente.
Eppure, credo che varrebbe la pena problematizzare certe sue idee che vengono troppo spesso prese come verità indiscutibili.
Il che è quasi buffo se si pensa che Foucault non ha fatto altro che criticare l’idea di verità.
Foucault in effetti è stato molto criticato dagli storici di professione perché molti di loro hanno ritenuto le sue ricostruzioni piuttosto inattendibili se non dilettantesche.
Si pensi soltanto al suo saggio sulla Follia largamente privo di un apparato documentale appropriato (in compenso Foucault si avvale dei testi letterari come se fossero documenti probanti).
E’ però interessante notare come lui ha risposto a queste critiche che lo avevano evidentemente scosso.
Invece che difendere i risultati delle sue ricerche egli ha adottato una strategia alternativa, che è contemporaneamente di attacco e di difesa.
Lo ha fatto rivendicando che le sue opere dovevano essere prese come delle “finzioni”, come dei romanzi, e non come degli studi tesi a dimostrare qualcosa sulla base di prove documentali.
Lo ha detto e scritto tante volte.
Vi cito almeno dei passi:

“le persone che mi leggono in particolare quelle che apprezzano ciò che faccio mi dicono spesso ridendo “in fondo tu lo sai molto bene che quello che tu dici non è che finzione”. E io rispondo sempre: “Certo che sì, non ho scritto mai altro se non delle finzioni”

Dove la parola “fiction” significa anche e proprio creazione letteraria. Come a dire: i miei non sono studi scientifici ma romanzi. Va bene, ma chiediamoci: è così che li prendono i suoi ammiratori? E come si spiega che lo stesso Foucault abbia reagito polemicamente alle obiezioni che gli sono state fatte circa la poca attendibilità storica delle sue ricerche? Non avrebbe potuto rivendicare la sua libertà di inventare finzioni?
Comunque, in un’altra occasione, rispondendo ad una intervista sulla natura e le caratteristiche della sua opera Foucault ribadisce il concetto:

“Quanto al problema della finzione, è un problema molto importante per me; mi rendo ben conto che non ho scritto altro che delle finzioni” (Foucault, 1977b).

Attenzione ciò non significa che Foucault non voglia essere preso. sul serio (Foucault voleva essere preso molto, molto sul serio e per lo più ci è riuscito) perché lui s’affretta a dire che ciò “non significa che la sua opera sia fuori dalla verità” (Foucault, 1977b, p. 236).
Come a dire che sì, lui è consapevole di fare finzione, ma si tratterebbe di una “finzione” che dice il vero, o quanto meno non è estranea alla verità.
E nel 1980, durante un colloquio intitolato “Foucault Examines Reason in Service of State Power”, Foucault riconosce di praticare «una specie di finzione storica»: “so bene di di non essere veramente uno storico: Non sono nemmeno un romanziere. Pratico una sorta di finzione storica. In un certo senso so bene che ciò che dico non è vero… Cerco di provocare una interferenza tra la nostra realtà e ciò che sappiamo della nostra storia passata. Se ci riesco questa interferenza produrrà degli effetti reali sulla nostra storia presente. I miei libri diventano veri una volta che sono scritti non prima”.
D’altra parte già nel 1967, in una intervista con Raymond Bellour, Foucault sostiene che “Les mots et les choses” (1966a) “è una pura e semplice finzione “, “un romanzo” “.
Più chiari di così si muore, no?
Ma ci si può tornare a chiedere: è così che lo intendono i suoi tantissimi ammiratori?
Quando si cita quel testo “Le parole e le cose” lo si fa o perché si ritengono vere certe sue affermazioni oppure perché esse vengono ritenute creative? nessuno le prende come discorsi romanzeschi, che io sappia.
Ecco cosa scrive a questo proposito il filosofo della politica Michael Walzer, il quale parte dalla constatazione che Foucault era a quanto pare consapevole di scrivere delle finzioni. Ne era consapevole ma…

“Allo stesso tempo, egli ha molti lettori che sembrano credere che le sue genealogie sono accurate e anche indiscutibili; e ci sono suoi studiosi e seguaci che approfondiscono le linee di ricerca che lui ha inaugurato. I suoi libri sono pieni di formulazioni che si propongono come plausibili qui ed ora. Scrive proposizioni di tipo dichiarativo sebbene lui ami molto le forme interrogative e quelle al condizionale, così che spesso i suoi argomenti hanno il carattere di insinuazioni. Esse sono in ogni caso rinforzate da frequenti note a piè di pagina e con erratiche ma (lui assicura) scrupolose documentazioni. Così chi legge è portato a pensare che lui vuole che chi lo legge creda a quel che scrive”.

E’ una questione appassionante dei nostri tempi, quella dei confini labili tra discorso oggettivo e discorso di finzione: molti autori dell’iper-modernità hanno spesso giocato con il loro lettore lasciandolo per così dire incerto circa il valore di verità (o meno) dei loro scritti.
Quando Derrida scrive “il n’y a pas d’hors texte”, “non ce niente fuori dal testo”, come dobbiamo prendere questa sua affermazione: come una dichiarazione “seria” o come un paradosso alla Oscar Wilde?
Insomma la domanda ingenua che fa il lettore a queste testi è: Devo credere a quel che scrivi? , devo pensare che tu vuoi farmi credere alla verità di quel che scrivi? oppure no, il tuo è un gioco? ebbene certi autori rispondono con una sorta di marameo, con un sì che potrebbe essere anche un no, con un “chissà”…
Altrove Foucault per riuscire a bypassare questo bivio si inventa dei neologismi come il verbo “finzionare”. Scrive:
“Mi sembra che ci sia la possibilità di far funzionare la finzione nella verità, di indurre degli effetti di verità con un discorso di finzione, di far sì che il discorso di verità susciti, fabbrichi qualcosa che non esiste ancora, e che dunque esso “finzioni” (fictionne). Si “finziona” della storia a partire da una realtà politica che la rende vera, si “finziona” una politica che non esiste ancora a partire da una verità storica”.
Finzionare significa dunque qualcosa come immaginare delle altre possibilità di realtà e di esistenza. Foucault non crede alla possibilità di “fare verità” bensì a quello di “fare finzione”; non crede cioè nella possibilità di fare un discorso vero sul passato e sul presente bensì di proporre delle finzioni o dei miti che possano scuotere, destabilizzare, cambiare il presente.
In un’altra occasione lui scrive quanto segue a proposito della sua “Storia della follia”:

“So bene che ciò che ho fatto, da un punto di vista storico, è parziale, esagerato. Può essere che io abbia ignorato certi elementi che mi contraddirebbero. Ma il mio libro ha avuto degli effetti sui modi con cui la gente percepisce la follia. E dunque il mio libro e la tesi che vi sviluppo hanno una verità nella realtà di oggi.”

A me pare una dichiarazione piuttosto sconvolgente: Foucault dice che sì, certo, lui ha esagerato e ha trascurato certi dati storici, ma così facendo ha modificato il nostro modo di percepire la follia. Potremmo dire che il suo “finzionare” ha funzionato!
Ora è vero Foucault ha modificato il nostro modo di percepire e intendere la follia, ma il prezzo da pagare è stato un consapevole tradimento della verità storica, in nome di valori pratici e “militanti”, in nome di un qualche cambiamento politico e sociale (anche se non si comprende bene quale).
E Foucault continua così:

“Il mio problema non è di soddisfare gli storici professionali. Il mio problema è di fare … una esperienza di ciò che noi siamo, di ciò che non è solo il nostro passato, ma anche il nostro presente, una esperienza della nostra modernità tale per cui noi ne usciamo trasformati” (Foucault, 1980b).

Ancora una volta il problema della attendibilità storica è messo da parte a favore di un tipo di scrittura che produca degli “effetti reali” sulle vite dei lettori.
Il che mi pare come minimo discutibile.
Ma Foucault per giustificare questa sua poca cura del fattuale a tutto favore del “finzionale” proclama che non scrive dei “libri-verità” o dei dei “libri-dimostrazione”, bensì dei “libri-esperienza” (Foucault, 1980b).
In un’altra occasione dirà che “i miei libri sono per me delle esperienze, nel senso più letterale del termine. Un’esperienza è qualcosa da cui usciamo trasformati” (intervista a Duccio Trombadori).
Non sono cioè degli scritti in cui Foucault espone i risultati delle sue ricerche, sono appunto delle “esperienze” che mirano prima di tutto a trasformare l’autore e poi il lettore.
Il loro valore non dipende da criteri come vero/falso ma dagli “effetti reali” che producono nella vita dell’autore/lettore.
Ora, in effetti forse la lettura di un romanzo può essere ritenuta una “esperienza” in cui non ci preoccupiamo certo se l’autore “dimostra” una qualche “verità”; ma la lettura di un saggio che pretende di dirci come s’è imposta in Occidente l’idea di malattia mentale può accontentarsi di essere considerato solo come una “esperienza” di tipo esistenziale?
Non è questo un modo per impedirmi come lettore di provare a stabilire se quel che lui scrive è attendibile o no? Non è un modo per mettersi al riparo da critiche “oggettive”, specifiche?
Come ha scritto Allan Megill Foucault non deve, non può, non intende essere preso sul serio come storico, come uno studioso che prova a ricostruire in modo il più possibile attendibile il nostro passato. Se lo facciamo non possiamo che scoprire difetti anche gravi nelle sue ricostruzioni del nostro passato. Egli deve appunto essere preso sul serio come creatore di finzioni e cioè di miti “intended as a weapon in contemporary social and political struggles”. In altre parole, il valore di Foucault sta nell’essere stato un fabbricatore di miti capaci di smuovere le coscienze.
Non è così che però lui viene per lo più letto e inteso, ahimè, se sto a quella che è diventata una sorta di scolastica foucaultiana messa in circolazione dai suoi ammiratori.

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