Rileggere Cantimori oltre la storiografia ‘ufficiale’

di Wulfgar 

Segnatamente dopo la ricorrenza del centenario della nascita, nel 2004, la figura di Delio Cantimori è stata al centro di aspre polemiche che hanno segnato fortemente la discussione pubblica sullo studioso trovando spazio soprattutto in ambito giornalistico. La memoria torna al dibattito aperto da Adriano Prosperi su “Il Manifesto” nella primavera del 2005 che innescò una ruvida querelle con Eugenio Di Rienzo e Paolo Simoncelli sul “Corriere della Sera”. Il contrasto era tra chi sottolineava l’esigenza di valorizzare l’opera e il magistero dello storico, sostenendo che da essi si ricava una preziosa lezione di tolleranza, e chi invece riteneva necessario riflettere sul suo controverso itinerario politico che lo vide soggiacere al fascino dei totalitarismi.

Purtroppo, le diatribe intorno a Cantimori non sempre si sono svolte in un clima di civile confronto e, quel che è peggio, i veleni delle polemiche non sono rimasti circoscritti alle schermaglie sulla stampa quotidiana, ma hanno inquinato anche autorevoli luoghi di promozione della cultura che, in virtù del prestigio e dell’autorevolezza che sono loro pressoché unanimemente riconosciuti, si pensava potessero essere risparmiati dalla furia impetuosa della disputa sullo storico romagnolo. Basti pensare alla voce dedicata a Cantimori, a firma di Giovanni Miccoli, che è stata pubblicata in un volume dell’Enciclopedia Italiana diversi anni fa (Il contributo italiano alla storia del pensiero. Ottava appendice. Storia e politica, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2013, pp. 691 ss.).

Miccoli, scomparso del 2017, era stato allievo di Cantimori nonché autore della prima biografia intellettuale del maestro dopo la sua morte. Nel contributo redatto per l’Enciclopedia Italiana non si limitava a prendere le distanze dagli studi che avevano messo l’accento sulla seduzione totalitaria di cui Cantimori sarebbe rimasto vittima nel periodo tra le due guerre mondiali, ma negava loro qualsiasi valore scientifico. Senza fare distinzioni tra interventi giornalistici e ricerche fondate su ampia documentazione, anche di prima mano, Miccoli prendeva di mira “una congerie di scritti”, i quali avrebbero dimostrato, a suo dire, l’incapacità “di pensare uno studio della storia che non sia funzionale a finalità che poco o nulla hanno a che fare con la conoscenza storica perché irrimediabilmente soggette alle proprie idee e pulsioni” (p. 695). Dunque, gli interpreti di Cantimori che avevano giudicato criticamente le sue scelte politiche erano tacciati di superficialità e, peggio ancora, di disonestà scientifica. Le loro riflessioni, secondo Miccoli, non potevano neppure lontanamente valere come contributi storiografici: si trattava, molto banalmente, di “commenti”, per di più “scandalizzati” (p. 694).

Non si può fare a meno di osservare come tanta animosità mal si concili con le caratteristiche di una voce di enciclopedia, per la quale è prassi adottare un ‘taglio’ informativo ed espositivo. Viene dunque da chiedersi come mai i responsabili dell’opera abbiano autorizzato la pubblicazione di un testo che suona come un ‘regolamento di conti’ contro altri studiosi che hanno cercato di far luce sull’itinerario politico di Cantimori.

Spiace dover constatare che giudizi sommari tesi a delegittimare le ricerche dedicate alle posizioni cantimoriane sulle esperienze totalitarie del periodo tra le due guerre circolano anche in studi più recenti, prodotti da storici che non possono essere condizionati da rapporti di discepolato accademico con l’autore di Eretici italiani del Cinquecento. È il caso di una nuova antologia di scritti di Cantimori, curata da Francesco Torchiani. Costui non tiene in alcun conto i risultati delle suddette ricerche, che ‘liquida’ sprezzantemente come “polemiche di un variegato fronte anticantimoriano”, ispirate da “anacronismo e moralismo” (D. Cantimori, Il furibondo cavallo ideologico. Scritti sul Novecento, Quodlibet, Macerata 2019, pp. 10-11).

Gioverebbe non poco al progresso degli studi su Cantimori riconoscere che la sua ricca e articolata esperienza intellettuale non può essere costretta entro una linea interpretativa rigidamente prestabilita che punta a espungerne alcuni aspetti fondamentali sol perché ritenuti imbarazzanti. Negare statuto scientifico a quegli studi che, non accontentandosi di una stereotipata verità ‘ufficiale’, hanno tentato di esplorare il terreno impervio delle scelte politiche di Cantimori è indice di un costume accademico profondamente deteriorato e di una concezione della cultura che, per usare le sue stesse parole, “tende a costituirsi il suo sistema di dogmi, con le conseguenze di ogni dogmatica: tendere a considerare chi è fuori della ‘religione’ o della ‘verità’ – senza differenziazione, in blocco – degno di essere spazzato, e non discusso” (D. Cantimori, Studi di storia, Einaudi, Torino 1959, p, 80).

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