Riflessioni conclusive su Esterno Notte

di Ida Dominijanni

Finita la visione di Esterno notte proporrei di smetterla di misurare col centimetro l’aderenza del film ai fatti e alle ideologie e di cominciare a misurarsi con le domande che il film e il regista pongono a chi ha voglia di ascoltarle. Eccone qualcuna. 1. Che cosa vuole dire l’insistenza (uso il termine in senso freudiano) del sogno su Moro vivo, che si ripete sia in Esterno notte sia in Buongiorno notte? Quel sogno indica solo un’eventualità che non si è realizzata o anche un desiderio rimosso di un altro corso della storia politica italiana, che come tale può tornare a galla in modo imprevedibile e generativo? 2. Come prendere (secondo me va presa sul serio) la diagnosi di un paese interamente border line, dai brigatisti ai democristiani, che scivola in un precipizio dal quale non si è mai più risollevato? 3. Che fare di un potere politico che più si svuota più si irrigidisce e più si irrigidisce più si svuota (in questo senso la linea della fermezza è una metafora del funzionamento del potere tout court)?. Ce ne sono altre ma per ora mi fermo qua. Ah no, aggiungo una cosa dedicata a tutte quelle che oggi parlano dell’eterno ritorno del patriarcato: il patriarcato era quello lì, con la sfera pubblica saldamente in mano agli uomini e solo agli uomini e le donne a fare le mogli e a presiedere la vita privata. Oggi è tutta un’altra cosa: talvolta perfino peggiore, ma diversa.

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