Ricordo Pasolini che….

di Goffredo Bettini

Ebbi anni di amicizia intensa con Pier Paolo Pasolini almeno dal ‘73 al novembre del ‘75, quando morì assassinato. Aveva già abiurato la “Trilogia della vita” ed era entrato in una fase di lucida disperazione.
Vide in noi giovani comunisti di allora una speranza, un’isola cui aggrapparsi. Ne fummo onorati e lo onorammo. Anche dopo la sua morte. Forse in un’altra occasione racconterò in modo più dettagliato il senso di quel nostro rapporto con un uomo straordinario, e un poeta. Come urlò Moravia al suo funerale: “È morto un poeta! È morto un poeta! E di poeti in un secolo ne nascono pochi!”. Ora, nel centenario della sua nascita, tra cose pregevoli, fioccano le banalità, le frasi orecchiate. Maledetta “rete” che trasforma tutto in piatta informazione! Addirittura pensosi intellettuali di sinistra ci tengono a dire che su Pasolini ci stanno ancora riflettendo, mantenendo sospeso il giudizio. Dopo quasi cinquant’anni che se n’è andato! Pasolini, ovviamente, può non piacere. Ma come si fa a non vedere che dopo di lui non vi è stato più alcun intellettuale con la sua forza, il suo coraggio, la sua solitudine, la sua capacità critica, apparentemente nostalgica e sostanzialmente profetica? Il suo viso e il suo corpo erano scavati dal dolore di una irrimediabile perdita: della scintilla autentica e incontaminata della ribellione degli ultimi. Della loro “grazia” nel far valere i propri diritti. I valori “piccolo-borghesi”, così pensava, avevano ormai infettato tutto; rendendo tutto vuoto di cultura e dunque violento. Mi fermo qui.

Vi propongo la dichiarazione di voto al PCI, stimolata da Gianni Borgna e dal sottoscritto e pronunciata da Pasolini nel 1975 in occasione delle elezioni regionali di quell’anno. L’incontro con centinaia di giovani si svolse al cinema Jolly (non era ancora una multisala) e fu organizzato con il contributo appassionato di Guido Ingrao, allora alle prime armi come dirigente della Fgci.

Infine, propongo la poesia “Alì dagli occhi azzurri”. A proposito di profezie…


“Pasolini: il mio voto al Pci”
L’Unità, 10 giugno 1975

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947.

Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965, e anche quella del 1965 e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista , perché nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro.

La natura ci ha dato la facoltà di ricordare (o sapere) e di dimenticare (o non sapere), volontariamente o involontariamente ciò che vogliamo: qualche volta la natura è giusta. Un’altra volta vi dirò — dirò a voi giovani, soprattutto a quelli di diciotto anni — che cosa, nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare e sapere. Oggi sono qui per dirvi che cosa voglio ricordare e sapere.

Ricordo e so che nel ’45, ’46, ’47 si poteva vivere la Resistenza.

Ricordo e so che nel ’65, ‘66, ’67, quando era ormai ben chiaro che avevamo vissuto la Resistenza ma non la liberazione, si poteva vivere una lotta reale per la pace, per il progresso, per la tolleranza: una Nuova Sinistra in cui confluiva il meglio di tutto.

Ricordo e so che, anche quando questa illusione necessaria é andata perduta, siete restati solo voi giovani comunisti.

Ricordo e so che tanto io, giovane comunista della generazione precedente, che voi, giovani comunisti di oggi, se non conoscessimo Marx, Lenin e Gramsci, vivremmo una vita senza forma.

Ricordo e so che l’unica possibilità di operare, oltre che di pensare, è data non solo dall’alternativa rivoluzionaria offerta dal marxismo, ma anche e soprattutto dalla sua alterità.

Ma ricordo e so anche altre cose che non abbiamo vissuto nella lotta e nel progetto di una alternativa e di una alterità, ma che abbiamo invece vissuto esistenzialmente, quasi come soggetti passivi, come cittadini, cioè di un paese che non abbiamo scelto e il cui potere – pur ribellandoci ad esso nella coscienza – siamo stati costretti ad accettare nella realtà di ogni giorno.

Ricordo e so che il potere clericale nel ’45, nel ’46 nel ’47, e poi nel ’65, nel ‘66, nel ’67 è stato il perfetto proseguimento del potere fascista.

La magistratura era la stessa, la polizia era la stessa, la polizia era la stessa, i padroni erano gli stessi. Gli uomini al potere erano gli stessi: alla manifesta violenza fascista si aggiungeva ora soltanto l’ipocrisia cattolica. L’ignoranza della Chiesa era la stessa. I preti erano gli stessi.

Ricordo e so che poi, senza che nemmeno gli uomini al potere se ne accorgessero – tanta era la loro avidità, tanta era la loro stupidità, tanto era il loro serviismo – il potere è quasi colpo cambiato: non è più stato né fascista né clericale. E’ diventato ben peggio che fascista e clericale.

Ricordo e so che di colpo si è avverato integralmente intorno a noi e su noi, il genocidio che Marx aveva profetato nel Manifesto: un genocidio però non più colonialistico e parziale: e : bensì un genocidio come suicidio di un intero paese. Ricordo e so che il quadro umano è cambiato, che le coscienze sono state violate nel profondo.

Ricordo e so che, a compensare questa strage umana, non ci sono né ospedali né scuole, né verde né asili per i vecchi e i bambini, né cultura né alcuna dignità possibile.

Ricordo e so, anzi, so, semplicemente perché è cosa di oggi, di questo momento, che gli uomini al potere sono legati alla stessa speranza di sopravvivenza cui sono legati i criminali, consistente nella necessità di compiere altri crimini. So dunque che gli uomini al potere continueranno a organizzare altri assassini e altre stragi, e quindi a inventare i sicari fascisti: creando cosi una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno.

So inoltre che l’accumulazione dei crimini degli uomini al potere uniti all’imbecillimento della ideologia edonistica del nuovo potere, tende a rendere il paese inerte,incapace di reazioni e di riflessi, come un corpo morto.

So che tutto questo e il risultato dello Sviluppo: insostenibile scandalo per chi, per tanti anni, e non retoricamente, ha creduto nel Progresso…

Ma infine so che in questo paese non nero ma solo orribilmente sporco c’è un altro paese: il paese rosso dei comunisti. In esso è ignorata la corruzione, la volontà d’ignoranza, il servilismo. E’ un’isola dove lo coscienze si sono e disperatamente difese e dove quindi il comportamento umano è riuscito ancora a conservare l’antica dignità. La lotta di classe non sembra più contrapporre rivoluzionari e reazionari, ma ormai, quasi uomini appartenenti razze diverse. Voto comunista perché questi uomini diversi che sono i comunisti continuino a lottare per la dignità del lavoratore oltre che per il suo tenore di vita: riescano cioè a trasformare, come vuole la loro tradizione razionale e scientifica, lo Sviluppo in Progresso.


“Profezia” di Pier Paolo Pasolini, 1962

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
«Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli Occhi Azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere –
usciranno dal fondo del mare per aggredire – scenderanno
dall’alto del cielo per derubare – e prima di giungere a Parigi per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare a essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
– distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…”

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