Ricordando Mario D’Aleo

di Paolo Borrometi

“Spero che papà sia contento…”.
Leggo e rileggo queste parole e penso ai sogni di un ragazzo, di appena 19 anni (e che oggi ne compirebbe 68) entrato nell’Accademia di Modena. Il suo sogno era proprio quello di diventare un Carabiniere, ma le sue preoccupazioni erano quelle di tanti ragazzi che si dispiacevano per i soldi che stava facendo spendere alla famiglia.
Queste parole, infatti, si leggono nella lettera che Mario D’Aleo scrisse ai genitori tre giorni dopo l’ingresso in Accademia. Giorni in cui, al giovane Mario, mancavano i genitori.
“Chiedo scusa a papà se spendo un po’ troppi soldi per telefonare, ma sentire la sua voce familiare è davvero bello!”. Scriveva ancora D’Aleo. E non poteva immaginare che, dieci anni dopo quella lettera, i mafiosi gli avrebbero fatto indossare per l’ultima volta, dentro una bara, la sua divisa di capitano dell’Arma.
Appena arrivato a Monreale aveva arrestato il feroce Brusca. Poi tre killer lo uccisero, a soli 29 anni.
Stava andando dalla sua ragazza, ma quegli occhi della donna amata non li vide mai più. Nell’agguato furono trucidati con lui i due uomini della scorta, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici.
Erano ragazzi che indossavano la Divisa. Ragazzi che sognavano di diventare grandi.
La mafia ce li ha tolti solo fisicamente, sta a noi non dimenticarne l’esempio.

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