Ricordando Manlio Brigaglia

di Guido Melis

Capita, almeno a me è capitato, che gli amici non muoiano mai. Il 12 gennaio, per non so quanti anni, si facevano gli auguri di compleanno a Manlio o, come lo chiamavano noi ex liceali, al Professore. Curioso, questo modo che un po’ per scherzo un po’ sul serio pretendeva dai suoi ex alunni. Una specie di pegno che volentieri pagavamo al privilegio ricevuto, quando – come lui diceva – ci aveva fatto uomini, trasmettendo a molti di noi qualcosa di indefinibile, che non era solo scienza e neanche solo metodo negli studi, ma un misto di passione, di curiosità, di voglia di saperne almeno quanto lui. Possedeva, il Professore, un magico dono che non teneva per sé. E chi lo riceveva poi lo rielaborava e lo faceva proprio. Quando sento parlare di riforma della scuola mi viene da pensare: ma non si potrebbero avere tanti professori come Manlio Brigaglia?
Era – questo si sa – spiritosissimo. Possedeva – anche questo lo abbiamo detto tra noi tante volte – tutti i registri della comunicazione, scritta e orale. Poteva tenere una prolusione in aula magna e parlare come tra amici a un gruppo in qualcuno dei tanti circoli di paese dove lo invitavano. Scriveva le Memorie sassaresi sul giornale (ed erano aneddoti, storielle semidialettali, leggendari personaggi della Sassari che non c’è più) oppure scrivere di Lussu e Giustizia e Libertà, rigorosamente scartabellando archivi di mezza Europa. Era al tempo stesso coltissimo e capace di parlare nel modo più semplice e popolare. Un intellettuale di grandezza extrasarda, se avesse voluto. Ma rifiutava per lo più di esibirsi. Perché – questo lo sappiamo in pochi e contrasta con la vulgata comune dei suoi critici (ne aveva, e di feroci anche) – era consapevole come tutte le persone intelligenti dei suoi limiti, che spesso esagerava. Ricordo bene i concorsi universitari poco fortunati (“è un outsider totale”, mi disse Roberto Ruffilli, che lo stimava e cercava di aiutarlo: e voleva dire uno fattosi da solo fuori dell’accademia, senza maestri diretti che lo proteggessero). Ricordo, dicevo , i patemi e la delusione. E al tempo stesso, al contrario di certi suoi colleghi di facoltà trovatisi nelle stesse condizioni, l’affabilità con cui accoglieva dopo il vincitore di turno,un continentale sempre più giovane di lui: e ne diventava subito amico, senza nulla chiedere in cambio.
L’Italia è piena di amici che hanno vissuto questa stessa storia : Paolo Pombeni, Agostino Giovagnoli, Gianni Sofri…tutti affascinati dall’averlo conosciuto e frequentato, nel grande salotto ospitale della sua bella casa sassarese .
Era – lo diciamo tutti – un maestro di giornalismo. Aveva fatto la gavetta, sin da ragazzo, formandosi nelle redazioni. Scriveva come se parlasse, istituendo col lettore una immediata comunicazione. Ma era anche un finissimo interprete della storia recente e remota non solo sarda, e mi capitava spesso di imparare solo chiacchierando con lui cose che poi avrei “rubato”, facendole mie nei miei libri, facendone tesoro.

Il 12 gennaio chissà di che anno. Ero a Roma per le mie ricerche. Al mattino presto vado alla posta di piazza San Silvestro e gli scrivo. Mi ricordo a memoria quel telegramma: “assieme a Petrocchi, Giuffrida, Beneduce facciamo i più cari auguri al nostro unico, infaticabile lettore”.
Arrivato a Sassari, viale Umberto 124, so che quel telegramma lo fece molto ridere. Solo lui (oltre me) sapeva chi fossero quei tre nomi associati negli auguri: tre personaggi del mio prossimo libro in bozze, del quale lui,come sempre faceva non solo con me, aveva letto e corretto la prima stesura, riguardato come solo lui sapeva fare prime e seconde bozze,consigliato i ringraziamenti, controllato le note, rivisto l’indice dei nomi e degli argomenti, seguito come si fa con un bambino in fasce la storia editoriale dialogando a distanza con l’editore.
Era fatto così. Carissimo, indimenticabile Professore. Auguri, sebbene oggi non si possa brindare come amavamo fare, “sminchionando” insieme come Lei diceva sinché alla signora Marisa, sul divano, non veniva il sonno della sera.

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