Ricordando Giampiero Di Marco


di Emiliano Di Marco

Mio padre non c’è più. Dopo aver lottato contro una crisi renale e altre complicanze se n’è andato via stamattina, serenamente.

Con il senno di poi, rimangono tante domande. Poteva fare di più per rimanere ancora con noi? Forse sapeva di essere malato, o forse era consapevole delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro se avesse affrontato seriamente la sua insufficienza renale. Ma mio padre non era il tipo che avrebbe accettato di vivere da dializzato, o da persona impedita dal fare le cose che gli piaceva fare.

Tra me e lui c’erano solo 22 anni di differenza e di lui ho ricordi lucidi che risalgono a quando aveva ancora meno di trent’anni. Ricordo la sezione del PCI, dove mi portava, ricordo i comizi e quella comunità fatta di persone umili dalla grande dignità, in un paese del sud che ancora oggi non ha niente da invidiare ai paesi dell’entroterra siciliano. Forse per questo mio padre amava la Sicilia, dove passava parte dell’anno, e che ha girato in lungo ed in largo.

Mio padre era una specie di incrocio tra Don Chisciotte, Socrate e Diogene di Sinope. Viveva in un mondo in cui la fantasia la faceva da padrona. Noi, della sua famiglia, che conoscevamo i suoi aspetti più intimi, eravamo un po’ come Santippe ed i suoi figli, quelli descritti nel Fedone.

Chi lo ha conosciuto nel lavoro di medico, nell’attività politica, nella sua passione per lo studio e la ricerca negli archivi, per la sua conoscenza del latino e per la sua bravura nell’interpretazione dei documenti antichi, o in altre attività sociali, forse è stato più fortunato di me. Mio padre era una persona buona che viveva proiettata tutta in una dimensione sociale. A casa, con i suoi affetti più stretti, era fragile benchè protetto da una corazza che negli anni aveva costruito intorno a sé.

Negli anni ha sofferto molto per la perdita delle persone con cui condivideva le sue passioni, andate via prima di lui, e poi per il modo in cui si è dispersa quella comunità alla quale si è dedicato per buona parte della sua vita.

Ci sarebbero tanti ricordi da far affiorare, ma per descrivere un po’ come era fatto mio padre, a chi lo conosceva e anche a chi non lo conosceva affatto, forse basta questo racconto.

Negli anni ’70 rimase molto turbato dalla morte della giovane sorella di un compagno della sezione. Era rimasta incinta e morì in seguito ad un tentativo di aborto clandestino. All’epoca si moriva anche a causa degli intrugli che venivano tramandati da secoli per abortire. Anche per questa ragione decise di specializzarsi in Ginecologia. Dopo l’approvazione della legge 194, mio padre fu uno dei pochi medici ad attivarsi per dotare l’ospedale pubblico dove lavorava di un centro per garantire il diritto all’aborto alle donne. Ricordo ancora oggi una suora napoletana che telefonava la mattina a casa per insultare mio padre, diverse volte la settimana, chiamandolo assassino e urlandogli altri improperi, e ricordo la pazienza di mio padre che si metteva con calma a spiegarle perchè era importante garantire il diritto all’aborto alle donne, perchè lui i bambini li faceva anche nascere. E tanti ne sono nati, raccolti dalle sue mani, in giro per il mondo.

Papà, negli ultimi anni, tra le varie esperienze della sua vita, ha scelto di ricordare sè stesso negli anni in cui era giovane ed era un militante del PCI. Questa è stata l’esperienza della sua vita a cui, fino all’ultimo, ha voluto sentirsi profondamente legato. Sicuramente questa è stata l’esperienza con cui alla fine ha scelto di identificarsi.

Ed io così lo ricorderò. Perchè quella comunità di persone, a cui lui ha dedicato parte della sua vita, è stata l’unico fenomeno di progresso che ha permesso alle classi popolari, ai braccianti, ai contadini, alla povera gente, a tante donne del meridione, di emanciparsi da secoli di oscurantismo e patriarcato, dall’ignoranza e dall’invisibilità dei subalterni.

Ciao papà. Non è stato facile esserti figlio, ma ci rivedremo…un giorno non troppo lontano…

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