Ricordando Fabio Limongi

di Gianni Pittella

La grande emozione e l’orgoglio di concorrere all’elezione del Presidente della Repubblica si mescola oggi al rammarico di non essere nella mia terra per ricordare anche con la presenza fisica un amico, un gigante, una persona di rara passione ed autenticità!
Quando penso a Fabio Limongi, mi sovviene sempre la letteratura di Mario Rigoni Stern. Il grande scrittore veneto amava profondamente la sua terra, l’altopiano di Asiago. Pochi come lui hanno saputo raccontare la montagna, e i suoi abitanti. In una delle sue ultime fatiche letterarie, “Stagioni”, c’è un passaggio molto significativo: «anche se l’inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli altri tronchi muschiati d’argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare».
Io ci rivedo Fabio, in queste parole. La sua profonda conoscenza dello spazio naturale del suo territorio, che era anche epidermide che racchiudeva la sua visione strategica. Certo, quello spazio lo ha tradito e lo ha strappato alle comunità che a lui guardavano come a un grande maestro. Eppure, dobbiamo sforzarci di intravedere in quella tragica fatalità una continuità esistenziale: riprendendo Rigoni Stern, Fabio non ha fatto altro che passare in quel mondo metafisico in cui si fa riconoscere sotto altre forme. È lui quel bianco che risplende di luce propria quando scaliamo con la neve; è lui quei tronchi muschiati d’argento che ci accolgono nelle stagioni più fredde; è lui la nuova luce del bosco che si schiude a primavera. La montagna è Fabio, proprio come lui si identificava in essa quando era in vita. Ha cambiato dimensione, ma non ci ha lasciati, è ancora lì, e ci aspetta. E ci chiede amore, e ci chiede rispetto. Certo, ciò lenisce solo parzialmente la sua assenza, ma è l’unico modo che abbiamo per far trionfare il suo sentimento più sincero: l’amore per la vita.
Dedicargli una cima del Massiccio del Sirino è veramente il minimo che potessimo fare. Il massimo sta nel suo lascito: continuare la sua opera, amare e proteggere la nostra terra.

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