René Magritte

di Roberto Cafarotti

Ci sono opere che parlano un meraviglioso linguaggio. Hanno cioè la prerogativa di narrare una storia e la magia artistica di cui sono pervase è tale da rendersi diversa a chiunque le osservi. Un potere che va ben oltre qualunque opera letteraria poiché l’immagine ha, fra le sue potenti prerogative anche questa facoltà: descrivere un mondo che, nel riflettersi nella psiche dello spettatore, muta la propria sostanza adagiandosi alla forma dell’anima di chi le osserva.

Questa opera di Magritte è una di quelle, una delle sue più note ed amate. L’artista ne fece diverse versioni, questa è al museo Peggy Guggenheim di Venezia e invito chiunque ad andare ad ammirarla insieme a decine e decine di capolavori dell’arte contemporanea.
L’immagine è semplice, ma come tutti i capolavori, prima di entrare in una vera comunicazione profonda, richiede tempo, contemplazione, attenzione e passione.

Sotto un cielo luminoso, cosparso di morbide nuvole a “pecorella” si staglia il profilo notturno di una casa il cui fronte dà su una strada priva di luce se non quella di un lampione posto al centro che proietta i suoi deboli raggi luminosi sulla facciata.
La casa è a più piani, ha un torrioncino con un tetto a due spioventi. La sua sagoma si staglia nella sua silhouette congiungendosi a quella degli alberi mentre disegnano un confine netto fra le due parti del quadro. Ma quella linea frastagliata che ne deriva è anche una sorta di linea temporale, poiché divide il giorno dalla notte. Le luci così incoerenti sfuggono al principio razionale a cui la nostra percezione logica è abituata. L’artista ci propone un’evocazione del rapporto fra notte e giorno su cui impera la sua volontà di sorprenderci e il senso del mistero che sempre accompagna la tematica di Magritte.

L’immagine è straniante, subito ci cattura la sua incoerenza. Quel lampione sottolinea con l’esiguità della sua illuminazione l’impotenza di fronte alla forza della luce naturale. Lo si nota dalle flebili ombre dei profili angolari che proietta sulla facciata: due linee, divergenti dal basso, che salgono sottolineano lo sforzo del lampione nel tentare di squarciare il buio, da cui invece fatalmente soccombe.

Magritte inserisce un imponente cipresso di fronte alla facciata della casa, lo fa svettare in alto per appropriarsi, invadendolo, una porzione di cielo; ma inutilmente, poiché resta invariabilmente presente nella propria condizione di oscurità, sebbene immerso nella piena luce del cielo.

L’artista usa questo espediente per sottolineare la mancanza di comunicazione fra oscurità e luminosità. In questa contemplazione, l’opera trasmette il senso di inquietudine. Lo fa poiché fa vacillare le nostre certezze, i nostri paradigmi logici e, con questo, ci invita a scrutare in noi stessi al di là delle convenzioni a cui siamo legati, al di là del Bene e del Male come direbbe Nietzsche di cui Magritte fu un estimatore.
A sinistra della casa vediamo un cancello chiuso. Simbolicamente impedisce l’accesso alla casa, e quindi rappresenta un elemento di chiusura. Si percepiscono le luci che filtrano dalle finestre del primo piano, verso le quali va la nostra attenzione per cercare di carpire qualche segno di vita all’interno che rompa quel mistero. Davanti a noi, sul prato, Magritte dipinge uno dei suoi macigni, pallidamente illuminato anch’esso, quasi fosse un guardiano che osserva e protegge quella casa: un punto simbolicamente stabile di riferimento su cui il fluttuare delle emozioni può ancorarsi.

Magritte ha espresso in un’unica icastica immagine l’inquietante disagio che esiste fra la realtà e la percezione che abbiamo di essa, che spesso divarica così radicalmente. Una concezione mutevole che si estende a tutto ciò che circonda la nostra sfera di percezione, a partire prevalentemente da noi stessi. Un simbolo della difficile coesistenza fra ciò che vediamo quando ci confrontiamo allo specchio e ciò che così mutevolmente ci sentiamo di essere o di saper esprimere.

In questo viaggio fra luce e tenebra, fra bene e male capisco perfettamente l’ispirazione che procurò al regista William Friedkin e ai suoi artisti grafici per la produzione della locandina del film L’Esorcista. Se poi qualcuno ha avuto la ventura di guardare quel film terrificante (almeno lo fu per me quando lo vidi a quattrodici anni), non si può evitare di proiettare quel sentimento su quella facciata.

Ciò che trovo straordinario è che nulla di quanto vediamo ha un legame esplicito e diretto con qualcosa di negativo o malvagio ma è la potenza dell’oscurità posta in rilievo dal contrasto incoerente con la luce del cielo che rendono quest’opera magicamente inquietante. Possiamo osservare anche le deboli luci che filtrano dalle finestre del piano superiore, che lasciano intuire dei frammenti di vita vissuti al di là di quei muri. Così come le serrande completamente chiuse, tutti elementi che conferiscono drammaticità alla scena. In questo contesto, l’azione delle nuvole, così incoerentemente luminose, possono anche rendere serena l’atmosfera, se percepita nell’ottica della luce vista come elemento di protezione: un nume tutelare simbolico delle nostre esistenze.

Potremmo anche simbolicamente considerare la parte inferiore del quadro come metafora dell’esistenza terrena, nell’alternarsi di toni chiari e scuri. Mentre il cielo luminoso è ciò che supera la nostra condizione umana e ci tutela, ci osserva a prescindere dalle nostre azioni, senza interferire con il nostro destino di esseri mortali: fallaci ma comunque amati e seguiti. Invito a osservare quest’opera e soprattutto a registrare le suggestioni che induce nell’animo.

Ecco un altro esempio che svela la vera arte, quella che non ha necessità di grandi sovrastrutture ideologiche per farsi comprendere, dando a chiunque lo desideri l’occasione di un pensiero di una riflessione, con la capacità straordinaria di indurci a un piccolo viaggio nella profondità della nostra natura di esseri umani.

René Magritte (1898-1957)
L’Impero delle luci, 1954, Olio su tela, cm 195×131. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

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