Renato Nicolini

di Pasquale Comegna

Nove anni fa moriva Renato Nicolini.

Il 28 giugno, un mese prima di morire scriveva un lungo articolo-testamento sul Manifesto, questo è un brano:

“Due concetti erano alla base dell’idea per Roma di Petroselli. L’importanza della cultura, della risorsa immateriale per eccellenza, per il governo della città. Qualcosa di complesso, che passa per il sentimento di cittadinanza e di appartenenza (piuttosto che d’immobile identità) messo in moto dall’Estate romana; ma anche per il valore economico-politico-simbolico della competizione sul terreno culturale nell’epoca del mondo globale. Non ci sono solo le squadre di calcio e le Olimpiadi; si compete anche con il significato residuo dei luoghi e delle città, con i musei e i monumenti, con il paesaggio e con la storia, con la formazione, la ricerca e la creatività, con l’immaginazione, con il piacere di vivere. L’autonomia della cultura, in un mondo sempre più servile ed eterodiretto, è un valore inestimabile, e a Roma c’è ancora cinema, teatro, televisione, arte, produzione di immaginario più che in qualsiasi altra parte d’Italia.

Il secondo concetto è la necessità di rompere con un’idea che associava invece la crescita economica di Roma soprattutto all’edilizia, tradizionale volano. Se questo fosse mai stato vero, in questi tempi duri per il keynesismo primitivo non lo è più. Non bastano più i lavori inutili. C’è un nuovo campo per l’impresa edilizia, che non è quello della costruzione di immobili di lusso destinati a rimanere invenduti; ma è quello della rottamazione e del risanamento, della ristrutturazione e del restauro, del recupero del paesaggio e dei valori immateriali, della capacità di dare consistenza di sistema aperto all’offerta culturale, dai musei d’arte contemporanea, alla Festa del cinema, al sistema delle biblioteche, ai teatri e agli spazi di spettacolo. C’è necessità di restituire regole e possibilità di controllo a ciò che è stato incautamente liberalizzato a partire da Rutelli finendo per trasformare la zona più delicata di Roma, il suo centro storico, in uno shopping mall a cielo aperto. Occorre recuperare in ogni direzione la capacità di progetto. Apprezzo particolarmente in questo senso il tono dell’appello di Paolo Berdini. È vero, non è più possibile tacere. Non è possibile non dire che il piano regolatore di Morassut e Veltroni è il peggiore piano regolatore della storia di Roma capitale, che le ha appeso nel cielo giganteschi cubi di cemento non localizzati pronti a bombardarla con violenza. Se non vogliamo che l’economia romana sia a breve travolta dal prevedibile scoppio di una gigantesca bolla immobiliare, bisogna fare macchina indietro e piazza pulita. Roma non ha bisogno di illusioni. Di immaginazione sì, ma l’immaginazione è innanzitutto riconquista di autonomia intellettuale, senza subordinazione ai declinanti miti della finanza… Sarebbe paradossale restare subordinati a quelli caserecci della banda dei quattro interna al Pci al tornante degli anni Settanta, contro i quali l’Isveur e Petroselli cominciarono a intervenire. Strano! Oggi si tenta di esercitare la damnatio memoriae contro Corviale e Tor Bella Monaca, non contro la speculazione di Caltagirone, Toti, Mezzaroma”.

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Una risposta

  1. Giulia Bartolomei ha detto:

    Un ricordo doveroso. Grazie
    Non sono riuscita a trovare l’intero articolo apparso sul manifesto… sareste così gentile da inviarmelo?
    Poi di risposta le invierò una lettera che mio padre proprio in questi giorni ha presentato all’attenzione del comune di Sansepolcro della procura della regione…i temi son sempre tragicamente quelli trattati in modo magistrale da Nicolini

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