Renato De Fusco

di Vincenzo Trione

L’ho frequentato a lungo, introdotto da Achille Bonito Oliva. Una palestra intellettuale. Le prime recensioni e i primi saggi su “Op. cit.”. I pomeriggi nella sua casa del Parco Manzoni, quando leggevi un testo e lui faceva appunti, dava suggerimenti. La sua rivista era fatta di contributi di studiosi di diverse generazioni, ma lui li pensava come capitoli del suo discorso critico, scritto da altri. L’anti-storicismo. La sfida nel coniugare storia e teoria. La capacità di procedere per problemi, per idee, intrecciando le forme e la semiotica. La volontà di dare un nome a indirizzi e a tendenze in divenire. Il talento nel transitare tra architettura, arte, design, storiografia. L’inclinazione a sistematizzare e a semplificare, senza banalizzare. “Un libro vale se riesci a descriverlo in una frase”, diceva a me che amo le opere-mondo. Ogni tanto mi chiamava, proponendomi di mandargli un testo per la rivista. Una volta mi ha chiesto di lavorare insieme alla riedizione della sua Storia dell’arte contemporanea laterziana (non me la sentii di accettare quell’invito a poco meno di trent’anni). Era burbero ma curioso, insofferente per le ritualità accademiche. Per molti, un maestro. Per me, una figura con cui confrontarsi pur da prospettive spesso divergenti. In estate, quando si sentiva più solo, le telefonate diventavano più frequenti. Un’estate, per sfuggire alla noia, scrisse un libretto autobiografico, in copie numerate, che regalò ad amici e allievi. Ne ho una copia, custodita con attenzione. Un uomo di un altro secolo, Renato De Fusco. Mancherà.

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