Regionali 2023, un’analisi sul voto

di Federico Smidile

Qualche osservazione a volo di colibrì sul voto di ieri.
1. L’astensionismo tocca vette preoccupanti. Hanno votato più italiani per Sanremo che per le regionali. Direi che la cosa non è indifferente, soprattutto per la sinistra (uso qui il termine in senso ampio) che pare essere più penalizzata da un elettorato diviso e deluso. Resta il fatto che nel Lazio ha votato solo il 37% degli aventi diritto. In Lombardia il 41.67.
2. La destra vince anche più largamente del previsto. Fratelli d’Italia diviene il primo partito in Lombardia, staccando la Lega (25.18 contro 16.53). Nel Lazio, sua tradizionale roccaforte, il partito della Meloni raggiunge il 34%, aumentando anche rispetto a settembre. A destra vi sono ormai fluttuazioni interne allo schieramento ma resta un consenso forte alla coalizione grazie anche alla sua, più apparente che reale ma conta l’immagine, compattezza rispetto ai rissosi avversari.
3. Gli altri, i non destra, hanno poco da esultare. La sconfitta è netta e per tutti. Mi permetto però di osservare che la tattica concentrica di Calenda-Renzi da un lato e di Conte dall’altro, non ha funzionato. Il PD, pur in difficoltà ed in fase di congresso e primarie, si attesta nelle due regioni oltre il 20%, addirittura migliorando nel Lazio il risultato di settembre; in Lombardia Azione, che pure presentava l’ex destra Moratti, arriva al 4.25 ed il Movimento al 3.93. Nel Lazio, laddove Conte sperava nel boom, cercando di dimenticare la presenza del Movimento nella Giunta Zingaretti nella quale era presente anche D’Amato, che non arriva nemmeno al 10% in una regione che lo vedeva particolarmente forte. Azione, che pure aveva avuto buoni risultati nel recente passato, prende solo il 6%.
4. Quindi, nemmeno un campo larghissimo avrebbe fermato la destra, ma questo non impedisce di osservare che, come detto, l’azione corrosiva di Calenda-Renzi e di Conte abbia creato sicuramente ulteriori danni allo schieramento non di destra, per poi avere risultati miseri per i due roditori politici (non è offesa).
5. Sia Calenda-Renzi che Conte, infatti, hanno da tempo lanciato un’OPA ostile verso il PD con la chiara volontà di catturare i voti di delusi di quel partito, sia a “destra” (Azione) sia a “sinistra” (Conte). Al momento si può dire che l’attacco è respinto con perdite. I due partiti che fanno opposizione al PD più che alla Meloni, non vengono premiati mentre il PD tiene nonostante le accuse di ogni male che Letta e il partito ricevono da mesi. Probabilmente per chi sta fuori Calenda-Renzi e Conte non sono la stessa cosa, ma per chi è vicino al PD sì. Da qui si vede la stessa tattica politica di corto respiro, volta a svuotare il partito più grande, senza sapere però cosa fare dopo. Pure Craxi voleva svuotare il PCI, ma aveva prospettiva politica (riequilibrio a sinistra e maggior peso nei confronti della DC) che questi qui si sognano, anzi nemmeno se la sognano perché non sono in grado.
6. Alleanze necessarie? Certo. Ma è chiaro che non si fanno alleanze con OPA ostili, con attacchi costanti, con pretese di richiesta di scuse inaccettabili. Ed è chiaro che chiunque vinca le primarie sarà il PD il punto cardine di qualunque ragionamento in una traversata nel deserto lunga e difficile, ma che non inizia nemmeno se le furberie e il “chi ce l’ha più lungo” di Calenda-Renzi e Conte non terminano presto e bene.
7. Infine. No. Un terzo polo non esiste. Non è mai esistito e non sembra proprio esista ed esisterà. Senza esser massimalisti è chiaro che sono necessarie prese di posizione chiare, anche da parte del PD, e che andare sempre al centro serve a poco. Ci si imbottiglia nel traffico e i costi aumentano. Amici centristi fatevene una ragione. La DC è finita e non tornerà. O si sta a destra o a sinistra, cercando di condizionare se possibile in positivo gli schieramenti. Tertium non datur.

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