Raimondo Via nello e Ugo Tognazzi

di Arianna Finos

Tognazzi visto da Vianello: “Io e Ugo, due comici da panchina”.

Il ricordo di Raimondo Vianello in un’intervista pubblicata su ‘Repubblica’ il 27 ottobre 2005 in occasione dei quindici anni dalla morte dell’amico e collega

Sono stati una delle coppie leggendarie dello spettacolo italiano. Per molti sono stati “la” coppia comica che ha insegnato ad altri come lavorare, come stare insieme in scena. Per questo Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi sono ancora indivisibili nella memoria di molti italiani. A dispetto dell’iniziale reticenza (“Sono stanco e non amo le commemorazioni”), Raimondo Vianello racconta con divertimento sincero e a tratti commosso, l’avventura umana e professionale al fianco di Ugo Tognazzi. Dall’incontro nella rivista nel dopoguerra, alle commedie cinematografiche in coppia, passando per l’avventura televisiva di Un, due, tre.

Quando lei e Tognazzi siete diventati una coppia?
“Tognazzi faceva la rivista, ma non era ancora affermato. Quando ebbe l’occasione di uno spettacolo in proprio, con ballerine e comici, mi scritturò insieme agli altri tre con cui lavoravo allora. Siamo diventati coppia per caso. Lui aveva una scena su una panchina con un altro signore che se ne andò, io lo sostituii. Quando si aprì il sipario ed eravamo seduti insieme sulla panchina, partì una gran risata. Noi ci guardammo di sottecchi come a dire: l’accoppiata funziona, anche solo dal punto di vista fisico, lui moro e forte, io esile e biondo. Da allora abbiamo fatto teatro insieme per sei anni”.

Che intesa c’era tra voi. Improvvisavate?
“Avevamo degli autori fantastici, Scarnicci e Tarabusi, ma qualcosa improvvisavamo sempre. Quando però lo facevo io, lui iniziava a ridere in modo incontrollabile, a volte doveva uscire di scena. Addirittura per un periodo si rifiutò di recitare se io ero dietro il sipario ad aspettare di entrare. “Ma dove vado, in camerino?”, dicevo io, c’era una complicità fantastica”.

Con la televisione arrivò il successo da grande pubblico.
“Una cosa da non credere. Quando seguivamo il Giro d’Italia la gente chiedeva ai ciclisti stremati “dove sono Tognazzi e Vianello?” e quelli li mandavano al diavolo. All’arrivo eravamo assaltati da gente che chiedeva l’autografo. Una volta misi il braccio in un foulard per non firmare gli autografi, il giorno dopo lo mise anche lui”.

Oltre che sul palco eravate complici anche nella vita?
“Avevamo una sintonia di coppia. Bastava, al ristorante, il lieve difetto di un cameriere per farci ridere fino alle lacrime. Abbiamo rischiato le botte. Ma Ugo mi confidava anche i suoi tormenti, per lo più amorosi. Sacrificava loro gran parte del suo tempo anche se poi si rivelavano effimeri. Poi però c’è stato il grande attaccamento alla famiglia, alla fine viveva solo per questa”.

I vostri rapporti poi si erano allentati
“Negli ultimi tempi non ci frequentavamo quasi più. Quando lo invitai per “Il gioco dei nove” lo trovai intristito. Mi accusava di non chiamarlo, ma io ero impegnato in tv e lui al cinema. Quando è morto mi sono detto, “meno male che non ci frequentavamo più come prima”, avrei sentito un vuoto enorme”.

Quali comici di oggi sono in sintonia con il vostro umorismo?
“Mi piacciono i due comici sulla panchina, Ale e Franz, quelli di Zelig. Abbiamo fatto tanta panchina anche noi, è il luogo giusto, tra il comico e il surreale, per far incontrare due sconosciuti”.

Possiamo considerarli vostri eredi?
“Sì, ma loro sono più antichi”.

Lei e Tognazzi siete stati i primi esempi di censura televisiva ai comici, con la scenetta sul presidente Gronchi in “Un, due, tre”.
“Non fu una cacciata immediata, non volevano rendersi impopolari. Semplicemente non ci rinnovarono il contratto. La caduta di Gronchi dal palco della Scala la vide Sandra, ce la raccontò al telefono mentre registravamo dei Carosello. Il giorno dopo, al momento della “posta”, ci siamo fatti trovare in piedi. Ugo ha finto di sedersi, è caduto e io ho detto “chi credi di essere” e lui “tutti possono cadere”. In camerino la sera trovammo le raccomandate che ci accusavano di aver fatto gag non contemplate nel copione. Le nostre non lo erano mai”.

I tempi sono cambiati. Celentano per il suo Rockpolitik ha preteso carta bianca.
“Beh, se c’è il permesso non c’è più gusto”.

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