Questi fantasmi del fascismo

di Marzio Zanantoni
Una delle letture più stimolanti che mi sia capitato di fare in questi mesi di tranquillità estiva è quella del libro di Simon Levis Sullam, “I fantasmi del fascismo. Le metamorfosi degli intellettuali italiani nel dopoguerra“, edito da Feltrinelli.
È un libro bello, interessante e provocatorio. Bello perché è piacevole da leggere e molto chiaro; interessante perché affronta un tema tra i più classici nella storiografia: quello del rapporto tra gli intellettuali italiani e il fascismo, in questo caso analizzato attraverso quattro figure centrali del nostro panorama culturale del ‘900: lo storico Federico Chabod, il giurista Piero Calamandrei, il critico letterario Luigi Russo e lo scrittore Alberto Moravia; provocatorio perché, come tutti i buoni libri dovrebbero saper fare, invita alla discussione e magari a letture anche fortemente contrastanti.
Il sunto della ricerca di Levis Sullam mi pare questo: nessuna delle figure analizzate nel libro ha mai espresso pubblicamente la propria opposizione al regime fascista. Anzi, in esse non mancarono momenti di adesione, consenso, sostegno e collaborazione con il fascismo. In seguito quei momenti e quei comportamenti sono stati da loro generalmente rimossi, censurati o minimizzati, specie in sede pubblica. E solo raramente, e semmai soltanto in privato, essi si fecero in parte carico delle proprie responsabilità nel passato.
Alle spalle di questo assunto mi pare vi sia la nota posizione di Eugenio Garin, che più volte si disse convinto che il compromesso, l’adattarsi, il tener conto, siano stati gli atteggiamenti tenuti dal 90% degli intellettuali italiani dentro il fascismo; anzi, aggiungeva Garin in una intervista a Corrado Stajano nel dicembre 1988, “I nostri chierici sono stati di grande acquiescenza. Dal fascismo non si è salvato nessuno”, tranne i morti, gli incarcerati, gli esuli. Segnalo sinteticamente (spero di poterci tornare in altro contesto) i punti di maggior interesse del libro, che mi sembrano questi due: a) l’uso appropriato e produttivo della distinzione tra intellettuali funzionari (i tecnici) e intellettuali militanti, già di Mario Isnenghi (e di origine gramsciana); b) il riferimento, sin dal titolo, ai “fantasmi” del fascismo, fantasmi nascosti, richiamati, vaganti, minacciosi nella autobiografia di ciascuno dei quattro, con il richiamo al più incombente fantasma degli intellettuali italiani, il fantasma che ha un nome e un cognome: Giovanni Gentile.
Gentile determinò le carriere accademiche, giornalistiche, editoriali di molti, se non di tutti, i “chierici”, dentro e durante il regime fascista. Un fantasma ingombrante, quindi, da cancellare al più presto dalle proprie autobiografie, sino a spingere ad esempio il filosofo comunista Antonio Banfi, anche lui e la moglie tra i beneficiati da Gentile, a pubblicare sulla stampa clandestina del Partito, pochi giorni dopo l’uccisione dello stesso Gentile, il più perfido necrologio che un “figlio” possa scrivere del “padre”.
Silvia Calamandrei, su “Il Ponte” ha espresso forti obiezioni di merito e di metodo circa il libro di Levis Sullam, obiezioni in parte condivisibili (anche a me sembra che la scelta di inserire Moravia tra i quattro sia un po’ “debole”). Ciò che non condivido del tutto però è l’accomunare l’intento del libro di Levi Sullam con le ricerche, quelle sì strumentali, di Mirella Serri o di Raffaele Liucci, sugli intellettuali “redenti” o “trasformisti”.
A me sembra che l’onestà intellettuale espressa negli studi di Levis Sullam, ultimo libro compreso, sia ben diversa e quell’accostamento sia del tutto fuorviante. Non vedo insomma nella sua ricerca nessun revisionismo scandalistico o altro, se non il sano ripensare a ciò che sembra assodato, ma assodato non è.
E ben vengano reazioni come quelle della Calamandrei che, aldilà della “difesa” del nonno, dissodano in modo altrettanto sano un terreno che non smette mai di produrre nuova conoscenza.

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