Quel treno per Foggia

di Andrea Zappia

Sono moltissimi gli spunti che fornisce il patetico piagnisteo a firma di Alain Elkann comparso questa mattina al centro della sezione cultura (?) di Repubblica. Di primo acchito mi hanno colpito la totale alienazione dal mondo reale di questo multimilionario acquisito e la sconvolgente inconsapevolezza del privilegio incalcolabile che permea ogni aspetto della vita di questo
stereotipato esemplare autocompiacente di radical chic sulla via della senescenza, senza un minimo di fantasia (la stilografica, Proust, il New York Times, ma su…), secondo cui un treno diretto a Foggia dovrebbe percorrere una linea retta e quindi giammai fermare a Caserta o a Benevento, non sia mai che salgano dei lanzichenecchi, degli uscocchi o dei thugs.
Mi sono chiesto a quel punto come mai questa banalissima esperienza lo avesse atterrito a tal segno. Mi sono persuaso che il trovarsi in un contesto estraneo alla bolla in cui gente del genere vive da sempre, senza filtri tra lui e “la plebe”, non riconosciuto e – dalla sua prospettiva astigmatica – potenzialmente alla mercé di questi minacciosi (?) ragazzetti, lo abbia fatto sentire improvvisamente impotente, senza mezzi di difesa, fragile e vulnerabile come mai prima di questo accidente pirandelliano.
Questo episodio, per quanto iperbolico, deve farci capire due cose: da che parte stare, se con gli uomini o coi caporali e, secondariamente, che questi caporali, per quanto armati fino ai denti, sono comunque in braghe di tela.

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